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saggio breve

3 luglio 2013

mancusovitaNon riesco a ritrovare il testo in cui lo lessi, ma tempo fa m’imbattei in una sensatissima critica del “saggio breve/articolo di giornale” come tipologia per la prima prova scritta dell’esame di stato; il nodo principale era che con tale formulazione il Ministero chiede ai candidati, essenzialmente, di mentire.

Ai ggiovani infatti non viene data una semplice traccia su cui scrivere quanto sanno, a partire da un titolo (“Individuo e società di massa”, ad esempio) ma devono far finta (= mentire) di essere dei giornalisti o dei saggisti che però non hanno accesso agli strumenti con i quali un giornalista/saggista è solito lavorare, bensì ad un dossier in cui si presentano “documenti” che lo scrivente può utilizzare “in tutto o in parte”. La scelta dei testi che costituiscono questo dossier è, come tutte le scelte, opinabile e qui particolarmente ingannevole, anche perché, realisticamente, non tutti gli studenti hanno normalmente accesso, non dico ad Elias Canetti, ma, temo, a Pasolini. La conseguenza è che nel leggere i saggi brevi degli studenti ci si imbatte in alcune formule fisse, che rendono assolutamente irreale (= menzogna) il prodotto finito:

– l’impianto storicistico della scuola italiana (sempre vivo a 90 anni da Gentile) fa sì che comincino sempre con frasi tipo “Sin dall’antichità l’uomo… “

– in argomentazioni che procedono più o meno limpidamente, sbuca all’improvviso la citazione del documento, sempre introdotta da espressioni tipo “come dice… “. Considerato che le scelte del dossier sono lontanissime dalle letture dello studente medio, la citazione resta decontestualizzata, sia nell’insieme dell’argomentazione sia in riferimento alla fonte stessa

– lo studente, a differenza del saggista/giornalista che è chiamato ad imitare, sa di dover essere valutato su quanto scrive e ci tiene a mostrare quanto sa, col risultato di inserire, spesso forzatamente, riferimenti a quanto ha studiato a scuola, con la conseguenza che tracce di impianto novecentesco siano infarcite di collegamenti alla letteratura ottocentesca o, se hanno fatto il classico, alla cultura grecoromana, spesso ingenuamente fraintese.

Il risultato finale, con magari qualche errore ortografico in più, è tragicamente simile (e non è critica ai ggiovani) a cose come La vita autentica di Vito Mancuso (avrei dovuto smettere di leggerlo da qui), in cui parte con Shakespeare (p. 13) e si incontrano subito Sciascia (p. 14), Diogene (p. 18), Eraclito (p. 25), Aristotele (p. 32), Hume e Nietzsche (p. 33) e così via, ad lib. , perché così prende 15/15. Mostruoso.

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