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bitch, I’m Tiberius (maturità 2015 – 2)

18 giugno 2015

Nelle stesse ore in cui Madonna pubblica il video di Bitch I’m Madonna (che personalmente reputo uno dei momenti più bassi di Rebel heart, ma vabbé) e ci ricorda che lei è Madonna e fa quello che gli pare, i ggiovani del classico si sono trovati ad affrontare un brano di Tacito (apparso per l’ultima volta dieci anni fa) in cui si descrive la morte di Tiberio che, fino all’ultimo, si mostra maestro di dissimulazione (ne abbiamo parlato qua e qua) e proprio non vuole morire, mentre Caligola già si prepara a nominare senatori i cavalli. Il brano è alquanto famoso (non escludo che alcuni lo abbiano fatto in classe) ed è una delle pagine più belle di Tacito. Non è stato ancora pubblicato il testo ufficiale, ma dovrebbe essere questo (Annales VI 50):

Iam Tiberium corpus, iam vires, nondum dissimulatio deserebat: idem animi rigor; sermone ac vultu intentus quaesita interdum comitate quamvis manifestam defectionem tegebat.

La morte del princeps si avvicina, lo abbandonano ormai le forze ma non la dissimulatio (che è, in Tacito e Svetonio, un po’ il filo conduttore del suo regno), il contrasto cioè tra l’essere e l’apparire, evidente nella costanza della durezza d’animo (idem animi rigor) a fianco del celare un’indebolimento conclamato (quamvis manifestam defectionem tegebat) dietro parole (sermone), espressione (vultu) ed un’affettata cordialità (quaesita comitate) che di certo non gli si addice.

Quasi a richiamare un celebre locus senecano, Tacito mostra Tiberio in perenne migrazione, come chi crede che cambiando aria possa cambiare quello che si è, finché alla fine non si stabilisce nella villa un tempo del ricco Lucullo, sempre dalle parti di Capri, dove si era ritirato da anni:

mutatisque saepius locis tandem apud promunturium Miseni consedit in villa cui L. Lucullus quondam dominus.

Dopo questa breve introduzione, inizia il racconto vero e proprio (lì si seppe in tal modo che si stava avvicinando alla fine):

erat medicus arte insignis, nomine Charicles, non quidem regere valetudines principis solitus, consilii tamen copiam praebere. is velut propria ad negotia digrediens et per speciem officii manum complexus pulsum venarum attigit.

La scena è famosa: arriva un medico di chiara fama, normalmente non addetto alla cura del princeps ma spesso dispensatore di consigli che, evidentemente d’accordo con il prefetto del pretorio Macrone, ha il compito di sondare la salute di Tiberio senza farsi sgamare; dopo essersi trattenuto brevemente col principe, come se dovesse andarsane per sbrigare i suoi affari (velut propria ad negotia digrediens), gli stringe la mano per salutarlo (per speciem officii; l’espressione non è facilissima e ad un primo sguardo non è sul vocabolario), sentendone nel contempo il polso. Il verdetto è chiaro, a Tiberio restano un paio di giorni al massimo:

Charicles tamen labi spiritum nec ultra biduum duraturum Macroni firmavit

Il medico, dunque, pare essere stato bravo a dissimulare il vero scopo della sua visita ma Tiberio si mostra più bravo di lui, si accorge dell’accaduto (neque fefellit) ed allora si mostra particolarmente cordiale, trattiene a pranzo il medico e si ferma a tavola molto a lungo, come se volesse salutare un vecchio amico in partenza – bellissimo l’inciso di Tacito: non si sa se infastidito e per questo ancora di più impegnato a trattenere la sua rabbia:

nam Tiberius, incertum an offensus tantoque magis iram premens, instaurari epulas iubet discumbitque ultra solitum, quasi honori abeuntis amici tribueret.

La notizia dell’imminente morte di Tiberio diventa virale (!), a parole fra i presenti e poi, via messi, presso legati e truppe, e tutto viene affrettato per la successione, ed alla fine arriva la conferma:

inde cuncta conloquiis inter praesentis, nuntiis apud legatos et exercitus festinabantur. septimum decimum kal. Aprilis interclusa anima creditus est mortalitatem explevisse

Bellissima la scena in cui Gaio Cesare (che poi è Caligola) si fa avanti per prendere il trono, in mezzo ad una folla festante (ma better the devil you know, no?):

et multo gratantum concursu ad capienda imperii primordia G. Caesar egrediebatur

Ma all’improvviso arriva la notizia (adfertur) che Tiberio sta bene, anzi vuole pure qualcosa da mangiare:

cum repente adfertur redire Tiberio vocem ac visus vocarique qui recreandae defectioni cibum adferrent.

Si diffonde il panico, si corre di qua e di là, ciascuno si finge triste o ignaro di quanto stava succedendo e Caligola resta come un pesce lesso ad aspettare:

pavor hinc in omnis, et ceteri passim dispergi, se quisque maestum aut nescium fingere; Caesar in silentium fixus a summa spe novissima expectabat.

Qua in realtà si potrebbe discutere sulla traduzione di novissima, che qua considerano ablativo attributo della summa spe (e traducono Gaio Cesare, impietrito nel silenzio, aspettava, dopo la repentina ed enorme speranza) ma che secondo me è neutro plurale e tradurrei con un  Caligola che, persa la grande speranza, aspettava le ultime notizie (è d’accordo con me, ma rende novissima come l’estremo supplizio il traduttore BUR, che immagina che Caligola tema che il suo atteggiamento lieto sia preso come reato di lesa maestà e pensa che Tiberio lo condannerà a morte).

Anyway, a risolvere le cose ci pensa Macrone, che soffoca sotto una pila di vestiti Tiberio (ormai solo “il vecchio”, senem), che così muore, a 78 anni. E’ il 37 dC.

Macro intrepidus opprimi senem iniectu multae vestis iubet discedique ab limine. sic Tiberius finivit octavo et septuagesimo aetatis anno.

Se la pubblicano, poi facciamo anche la versione del Liceo Classico Europeo, eh.

4 commenti leave one →
  1. anonimo navigatore permalink
    23 giugno 2015 8:01 PM

    Piccolo refuso: è Annales VI, 50, non IV,50.
    Comunque, anch’io voto per il “novissima” neutro plurale.

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Trackbacks

  1. di isola in isola | cheremone
  2. it’s just my little tribute to caligula, darling | cheremone

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