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boyband 113

30 agosto 2016

Cosa abbiano fatto i Take That dopo la loro prima fase imperiale (1990-1995, più o meno) è noto ai più, mentre non mi ero fino ad ora interrogato su cosa fosse successo al loro manager (quello che Robbie Williams delicatamente criticava in No regrets), Nigel Martin-Smith.

Pare che abbia tentato, senza grande successo, di mettere insieme altre boyband (questi erano i The mend, praticamente la versione nordica degli East 17), fino ad arrivare a questi Yes Lad (sì, il nome non è una parodia):

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Il progetto all’inizio si chiamava ‘nuova boy band inglese’ (no, DAVVERO), poi a maggio scorso sono stati messi insieme questi cinque ed il nome è diventato Yes Lad (qui l’account twitter), per cui loro sono – in ordine sparso perché non sono al momento in grado di riconoscerli – Cian, Joel, Luke, Sonny e Lewis (i loro account twitter sono, massimo della fantasia, @yesladcian, @yesladjoel etc. ).

Sono diventati ‘famosi’ nel fine settimana, alla loro prima apparizione all’X Factor inglese (registrato mesi fa). Curioso il fatto che uno di loro dica ‘di aver messo insieme il gruppo’:

La cosa buffa è che tutta la prima fase di X Factor (le auditions, il boot camp, la cosa nelle case dei giudici, il massacro emotivo delle sedie) è già stata registrata, per cui i fanciulli sanno benissimo se arriveranno o no alla parte in diretta del programma ma fanno finta di non saperlo…

Spoiler-Alert

Pare che siano stati eliminati, o che comunque non siano sopravvisuti alla cosa delle sedie, a meno che naturalmente non vengano recuperati in qualche modo e vadano incontro al grandioso destino di loro predecessori come gli Stereo Kicks.

Nell’attesa di vedere come finirà, qua sotto fanno Stitches di Shawn Mendes nel cortile di uno di loro:

#fearTWD – 2.9

30 agosto 2016

Fear-the-Walking-Dead-Season-2-Episode-81

Dopo l’episodio Nick-centrico della settimana scorsa, mi aspettavo che l’attenzione passasse agli altri personaggi e sono stato accontentato solo in parte.

Nulla infatti sul padre alla ricerca del figlio psicopatico, ma in compenso seguiamo Nick nel ClubMed messicano di sopravvissuti (con tanto di private market annesso) dediti ad un culto dei morti che penso possa risultare offensivo per i messicani veri. C’è però la possibilità che si possa sopravvivere ad un morso dei walkers senza diventarne uno, il che apre interessanti prospettive sullo sviluppo della serie ed il suo esito ultimo (come per The walking dead, la mia teoria dominante è che prima o poi muoiano tutti, e fine).

Ritroviamo invece Madison, Alicia, Ofelia e Strand che pensano che un albergo (posto notoriamente pieno di gente) apparentemente deserto possa essere un posto privo di walkers e, cosa che fa sospettare che gli unici sopravvissuti all’apocalisse siano dementi, pensano bene di fermarcisi e di mettersi a suonare il pianoforte, nel caso che nessuno si sia accorto di loro.

Scopro infine a non essere stato il solo, nella scena degli zombies che cadono dai balconi, a pensare questo:

its-raining-walkers

lineare e bipolare

30 agosto 2016

copj170.aspUn po’ per influenza del mio excursus nel dothraki (scherzo, il ‘merito’ è più che altro di questo), ho deciso di vedere se il meraviglioso mondo del miceneo fosse cambiato rispetto ai miei studi (più o meno contemporanei a quelli di Ventris) ed ho scoperto – con un certo piacere, va detto – l’esistenza di una ‘antropologia della scrittura’ che riflette non tanto sugli aspetti linguistici del miceneo (con tutto il trionfo di wanakes, damos, lawagetas cui ero abituato) ma proprio sulla scrittura come oggetto di studio.

E’ a questo approccio che si è avvicinato Massimiliano Marazzi per due volumi distinti, di cui per ora ho letto solo il più breve (ma non facile, eh) La scrittura dei Micenei (per l’altro aspetto il centenario della decifrazione), rivolto, e qui sta la particolarità, non tanto ai filologi classici ma in generale a chi si avvicina all’archeologia egeo-mediterranea senza avere conoscenza approfondita delle lingue classiche ed è dunque interessato ad altro rispetto agli esiti della labio-velare in arcado-cipriota (sorprendenti, mi pare di ricordare).

E dunque Marazzi si sofferma sula documentazione epigrafica a noi pervenuta (con doverosa, per quanto pallosissima, attenzione alle procedure di classificazione), sul sillabario miceneo nei suoi rapporti con la lineare A  ma anche sugli aspetti più materiali della scrittura, dalla manus dei singoli scribi (a Pilo si è riusciti ad identificare persino l’archivista capo) alla collocazione spaziale degli archivi ed i meccanismi complessi di passaggio dall’oralità con la quale si raccoglievano le informazioni alla scrittura con la quale le informazioni venivano registrate e sono, miracolosamente, arrivate fino a noi, da qualcosa come 3500 anni fa.

E in tutto questo, credo che ‘cheremone’ sia qualcosa tipo 𐀐 𐀩 𐀗 𐁀…

a cache of old photos and invitations to teenage parties

29 agosto 2016

copj170.aspAlbum Pasolini è un curioso libretto (probabilmente la sua ultima cosa che mi mancava di leggere) che raccoglie testi e foto (in parte materiale inedito) e che racconta, per temi, la vita e l’opera di Pier Paolo Pasolini, senza perdersi nell’ordine cronologico ma come fosse una sorta di disorganico zibaldone, che non manca di aprirsi a squarci drammatici (“per natura io ero inadattabile”) e poetici (“il sole che ormai cominciava a declinare sulle infinite, tremende periferie”), in un susseguirsi di documenti sulla poesia, il cinema, la politica (fa sempre un certo effetto rileggere Il romanzo delle stragi, 42 anni dopo, quando ancora ne capiamo/sappiamo poco), la breve ma intensa esperienza come insegnante, il mondo degli affetti (in cui troneggia, come noto, il rapporto con la madre), le amicizie e le collaborazioni (c’è un bellissimo dialogo con Anna Magnani, durante le riprese di Mamma Roma).

Vita di un uomo, l’avrebbe chiamato Ungaretti.

no dark sarcasm in the classroom

28 agosto 2016

copj170.aspPremesso che non ho ancora visto il film La classe e che resto sempre dell’idea che la classe scolastica sia la “vera struttura corruttiva della società italiana“, ho letto il recente Gestire la classe di Luisa Molinari e Consuelo Mameli, che non propone la soppressione della classe scolatisca tout court e che dedica solo un paragrafo a situazioni particolarmente marginali (la scuola a El Salvador) ma che è comunque la classica lettura che ti fa sentire, come dire, inadeguato.

Il testo, particolarmente agile e non eccessivamente dominato dal lessico sgradevolmente socio-psico-peda, si sofferma essenzialmente su quattro parole chiave che il docente dovrebbe tenere presenti nel suo agire quotidiano, quali autorità, flessibilità, giustizia ed emozioni ed ogni tanto offre anche qualche consiglio pratico (nel capitolo ‘giustizia’ mi pare intrigante l’idea di coinvolgere gli alunni nella preparazione delle domande delle verifiche orali, che batte sempre sul punto, per me molto importante, di essere limpidi e trasparenti nelle richieste e, conseguentemente, nelle valutazioni), cosa relativamente rara in testi di questo tipo.

Potrebbe essere un libretto prezioso, o una lettura insulsa. Lo scopriremo tra un paio di settimane…

una canzone a caso – 338

27 agosto 2016

Moody_Blues_Question

The Moody Blues, Question

Gruppo storico del progressive rock, i Moody Blues paiono ancora vivi e vegeti (qua a Glastonbury l’anno scorso) e Question rimane una delle loro cose più accessibili, con un testo che allude alla guerra del Vietnam ma che va bene, ahimé, per qualsiasi guerra:

lipstick traces

26 agosto 2016

81cnHQUMx+L._SL1500_Sempre appresso a tutte le cose targate Manic Street Preachers, ho visto No manifesto, che è praticamente un documentario che (con interviste e materiali inediti) segue la loro storia, dagli inizi più o meno fino a Journal for plague lovers, l’album del 2009 i cui testi sono interamente scritti da Richey Edwards, pubblicato a ridosso della dichiarazione ufficiale della sua morte presunta.

La cosa più interessante del progetto sono certamente le interviste ai fan che costellano il racconto e che danno un’idea del gigantesco impatto culturale che il gruppo ha avuto sulla vita intellettuale (e non solo) di quelli che li seguono dall’inizio e che sono rimasti con loro, malgrado tutto (anche se uno ammette che The love of Richard Nixon fu un momento infelice):

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