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armageddon days are here (again)

26 luglio 2021

Sono riuscito a mettermi in pari almeno con Fear the walking dead, la cui sesta stagione prosegue la completa reimpostazione della serie, ormai anni luce distante dalle avventure della famiglia Madison dei primi anni (è rimasta solo Alicia e non che faccia granché) e per lo più Morgan-centrica (sì, è sopravvissuto).

Facilmente divisibile in due metà, la prima parte della stagione conclude l’arco narrativo di Virginia (che mostra più sfaccettature di quanto mi aspettassi), mentre salta poi fuori un serial killer a capo di una setta millenarista intenzionato ad accelerare la fine del mondo (come se l’epidemia zombie non fosse abbastanza) contando su dei missili nucleari puntati su mezzo Texas.

Possiamo tranquillamente dire che la settima stagione avrà diversi tipi di contagio da gestire, ma prima c’è un altro spin-off da recuperare.

-15

25 luglio 2021

Pubblicata per festeggiare il quarantesimo anniversario della prima trasmissione di Star Trek (ora siamo al 55°, sono un po’ indietro con le letture), Constellations è un’antologia di racconti inediti, ambientati durante la prima missione dell’Enterprise al comando del capitano Kirk.

Premesso che per motivi che non ho ben capito, nell’edizione che ho io non c’è il manga annunciato in copertina ed i racconti sono dunque semplici racconti in prosa, alcuni sono notevoli, soprattutto dove vanno ad approfondire personaggi secondari, come i primi tempi del servizio di Chekov o le difficoltà di Uhura nel ritrovare se stessa dopo l’incontro con Nomad (nell’episodio The changeling).

L’attenzione principale la merita comunque Make-believe di Allyn Gibson che, ambientando la storia ora nell’universo fantascientifico ora negli Stati Uniti contemporanei, tenta, con qualche successo, di accompagnare una bambino nella difficile elaborazione della morte del padre in Afghanistan, collegando inaspettatamente Star Trek e la vita vera.

una canzone a caso – 609

24 luglio 2021

Elvis Presley, A big hunk o’ love

aeternus amor

23 luglio 2021

Come promesso, Rachel Beth Cunning è tornata sulla storia di Amore e Psiche per portarla a conclusione; Ira Veneris è dunque la seconda parte della vicenda, quella in cui Psiche deve affrontare diverse prove impostele da Venere per poter alla fine essere degna dell’amore di Cupido e trovare il suo posto fra gli dèi.

Scritto interamente in latino, non è privo di sgradevoli calchi dall’inglese (un paio di volte ci sono espressioni come tecum stare, nel senso di ‘sostenere, stare dalla parte di’ che non mi pare così attestato nel latino classico) ma mi sembra ci siano meno refusi del libro precedente e la storia aggiunge qualche particolare in più rispetto ad Apuleio (non mi pareva che Psiche fosse già incinta all’inizio del suo peregrinare), risultando comunque piacevole ed avvincente.

una canzone a caso – 608

22 luglio 2021

Roxette, It must have been love

Prima di uscire dalla Svezia, i Roxette avevano avuto un qualche successo in patria con una canzone chiamata Christmas for the broken hearted.

Qualche anno dopo, quando avevano conquistato mezzo mondo, la casa discografica chiese se avessero qualcosa per un nuovo film con Richard Gere (che sarebbe poi stato Pretty Woman) e loro riciclarono la vecchia ballata, togliendo i riferimenti natalizi (il film sarebbe uscito nella primavera del 1990) e chiamandola It must have been love con risultati incredibili:

abbiamo vinto il Festival di Sanremo

21 luglio 2021

Curato da Marino Bartoletti e Lucio Mazzi, l’Almanacco del Festival di Sanremo (che arriva fino al 2019 nell’edizione che ho io e che mi pare non più disponibile, immagino perché superata da Diodato ed i Maneskin) prova ad essere un po’ di più della semplice raccolta di informazioni da wikipedia offrendo, per ogni annata del Festival, diverse informazioni, di cui sono particolarmente interessanti quelle che riferiscono dell’esito dei brani sanremesi nelle classifiche di vendita annuali, da cui risulta che il Festival non è praticamente mai stato specchio reale del mercato discografico italiano né ha avuto quell’impatto culturale di ‘narrazione del paese reale’ che nell’ultimo trentennio in particolare ha cercato disperatamente di acquisire.

Senza andare troppo indietro nel tempo, tranne poche eccezioni (Elisa nel 2001, Gabbani nel 2017 Mahmood nel 2019, gli stessi Maneskin quest’anno), l’elenco dei vincitori desta imbarazzo – Aleandro Baldi, Annalisa Minetti, Povia, Giò Di Tonno, Marco Carta, Valerio Scanu, gli Stadio (nel 2016, non vent’anni prima) – anche solo limitandosi all’ampio criterio della rappresentatività della scena musicale italiana e senza che Sanremo abbia mai avuto la serena spensieratezza dell’Eurovision Song Contest, di cui era a suo tempo stato ispiratore.

Spiace infine che in un libro che vorrebbe essere di riferimento, ci siano un po’ troppi refusi, indecisioni (Dusty Springfield in una pagina è americana, inglese in quella dopo) e ripetizioni, ma soprattutto che non ci siano pagine e pagine dedicate agli Statuto:

DMAC8118

20 luglio 2021

Pubblicato inizialmente in un’edizione limitata un filino costosa ma ora disponibile a prezzi più abbordabili, Depeche Mode by Anton Corbijn è un volumone fotografico che raccoglie, anche con materiali inediti, le foto che Corbijn ha fatto dal 1981 (quando li ha fotografati per la prima volta in quanto supporter di Fad Gadget e poi per un servizio del NME) al 2018 – anche se ha cominciato a collaborare con loro in maniera continuativa solo dal 1986, per il video di A question of time, rendendoli, come riconoscono i DM stessi, “fighi” (cool).

Sfogliare il libro vuol dire ripercorrere l’eccezionale carriera del gruppo, colto all’inizio della sua fase imperiale (Music for the masses, 101, Violator) nonché nei momenti più bui (intorno a Songs of faith and devotion e Ultra), fino al presente, che pare un po’ più sereno e rilassato.

Tutto di altissimo livello, ma il video di Enjoy the silence resta la vetta conclamata, ovviamente.

ecce assunt Turci, ecce assunt!

19 luglio 2021

Il De expugnatione Terrae Sanctae per Saladinum è un opuscolo anonimo, probabilmente composto da un contemporaneo che potremmo immaginare un Templare od un Ospitaliere, verosimilmente spettatore dei fatti (auribus meis audivi, dice, in riferimento ad una disperata chiamata alle armi per salvare Gerusalemme), che racconta la conquista della Terra Santa da parte del Saladino a metà XII secolo.

Sul suo valore storico non mi esprimo, ma il libretto è certamente interessante come attestazione del latino medievale (le oggettive sono per lo più rese con quod e l’indicativo, l’ut consecutivo sta con l’indicativo e non con il congiuntivo, le finali sono quasi sempre introdotte dall’insolito quatinus, il lessico passa con indifferenza dal classico bellum all’ormai volgare guerra e simili) e l’autore mostra notevole conoscenza dell’Antico e del Nuovo Testamento, infarcendo le descrizioni dei luoghi conquistati dai Turchi ora di lamentazioni che paiono uscire da Geremia ora di riferimenti ad episodi biblici colà ambientati.

Evita di introdursi nelle dispute teologiche dell’epoca ma ad un certo punto offre una – per me inedita – giustificazione del Giacomo “fratello del Signore” che ha turbato parecchi esegeti: Iacobum iustum fratrem Domini propter similitudinem vultus dictum, cioè chiamato “fratello del Signore” perché assomigliava di faccia a Gesù.

una canzona a caso – 607

18 luglio 2021

Black Sabbath, Paranoid

galline vecchie

17 luglio 2021

Mi è capitato fra le mani un vecchio libro di didattica del latino, scritto (non poteva essere altrimenti) da un gesuita (Paul F. Distler) che (nel 1962) era avanti anni luce sia nella riflessione strettamente disciplinare (brutalmente schierato per l’approccio orale-aurale) sia nel confronto con la tecnologia.

In Teach the Latin, I pray you (da cui è già evidente tutto il suo impianto metodologico, avverso al metodo grammaticale-traduttivo – lo dico dal 1600 che i Gesuiti erano avanti) dedica parecchio spazio alle tecnologie dell’epoca, come l’uso di nastri registrati (c’è un intero capitolo in cui spiega come trasformare l’aula in un laboratorio linguistico – ad un certo punto consiglia di chiedere aiuto al docente di Fisica) o l’utilizzo di un tachistoscopio (ho dovuto cercarlo su wikipedia).

Se alcune pagine possono risultare delle simpatiche curiosità anacronistiche, il libro è pieno di brillanti osservazioni di analisi linguistica: ho trovato particolarmente affascinante l’osservazione che l’inglese costruisce il verbo con la sequenza soggetto / tempo / idea verbale (ad esempio I was reading) mentre il latino fa esattamente il contrario con idea verbale / tempo / soggetto (ad esempio, in legebam lege è l’idea verbale, ba il suffisso dell’imperfetto, –m la terminazione della persona, cosa che rende insulso chiedere “la terza persona singolare dell’indicativo imperfetto di legere” quando si dovrebbe chiedere “legere all’indicativo imperfetto terza persona singolare” per mantenere l’ordine mentale di costruzione del verbo, oltre al fatto che Distler ritiene comunque insulso chiedere forme verbali a caso, in quanto sostiene che la verifica linguistica debba necessariamente passare per un contesto ed una struttura sintattica minima).

Oltre a questo ci sono molti spunti per la costruzione di esercizi e di verifiche (fondamentale il capitolo The art of questioning), non applicabili solo nel mondo ideale degli esperti di didattica ma anche in quello della più misera realtà (anche se da uno schema di organizzazione delle lezioni di p. 96 si deduce che lui avesse cinque ore di latino a settimana per quattro anni, eh).

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