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una canzone a caso – 574

12 settembre 2020

Marc Almond & Bronski Beat, I feel love

Ultima cosa fatta da Jimmy Somerville con i Bronki Beat ed ennesima baracconata kitsch di Marc Almond (cosa ottima, eh), I feel love parte dalla canzone di Donna Summer, incorpora Love to love you baby (sempre di Summer) e diventa poi Johnny remember me di John Leyton:

Ed il fatto che un capolavoro del genere non sia la vetta delle loro rispettive carriere la dice lunga sulle incredibili carriere che hanno avuto.

segnali di fumo

3 settembre 2020

Un po’ in ritardo ho visto Arrival, un film di fantascienza apparentemente visto e rivisto (arrivano gli alieni, con diverse strane astronavi in diverse parti del mondo, come nei Visitors) ma il film ha certamente il pregio di partire dal presupposto che la comunicazione linguistica con gli alieni non sia così immediata come in Star Trek (dove o parlano tutti inglese con accento californiano o esiste il ‘traduttore universale’).

Viene quindi messa insieme una task force che ha il compito di decifrare la lingua aliena (mi fa venire in mente qualcosa), con intriganti sviluppi per i due protagonisti che ci ricordano che sì, la lingua che parliamo dice molto su quello che siamo.

una canzone a caso – 573

31 agosto 2020

Right Said Fred, I’m too sexy

Nell’estate del 1991 c’erano due canzoni cui era impossibile sfuggire, una era la melensa Everything I do (I do it for you) di Bryan Adams, l’altra era questa indimenticabile I’m too sexy:

I Right Said Fred fecero poco altro ma va certamente citata la perfetta Don’t talk, just kiss, oltre a ricordare che I’m too sexy è a sorpresa riapparsa tre anni fa nella melodia di Look what you made me do di Taylor Swift:

they think it’s all over… well, it is now!

29 agosto 2020

La serie This is England di Shane Meadows è giunta alla fine con This is England ’90, ambientato ai tempi di mondiali di calcio e della rave culture, ma i nostri personaggi hanno altro a cui pensare.

Diviso in quattro puntate (una per stagione, ad iniziare dalla primavera), alterna, come di consueto, momenti leggeri (la preparazione di un matrimonio, l’happening hippie in cui si ritrovano cercando di andare ad un vero rave) ad altri profondamente drammatici (l’uscita dal carcere di Combo riaprirà ferite mai guarite), in cui il cast dà veramente il meglio di sé, accompagnata dalla musica degli Stone Roses e di Ludovico Einaudi, a sottolineare forse i contrasti di cui sopra.

the wind is still from Africa

28 agosto 2020

A Creta sono stato solo una volta, in un epico viaggio scolastico, e credo meriti una nuova visita, in particolare dopo aver letto Il mito di Arianna (Einaudi, 2015).

Per quanto attribuito a due autori, Maurizo Bettini ha scritto in realtà solo la prosa introduttiva, mentre tutto il lavoro è di Silvia Romani che prende le cose molto da lontano, partendo dal resoconto degli scavi di Evans ai primi del ‘900, che hanno fatto della civiltà minoica “l’unica grande civiltà creata nel XX secolo”, un po’ come era successo nel secolo precedente, dopo le campagne napoleoniche, per l’Egitto.

Arriva poi a perlustrare il mito ed i miti che ruotano intorno ad Arianna (Dedalo, Teseo, Minosse, Dioniso etc. ) che, come tutti i miti, sono spesso discordanti e confusi (in alcune fonti antiche l’Arianna sedotta ed abbandonata da Teseo e la carnevalesca Arianna trionfante con Dioniso non coincidono) ma che paiono avere frequentemente il tratto comune di tenere la stessa fanciulla in disparte, quasi solo comprimaria nel suo stesso mito, perennemente condannata ad essere abbandonata, che è poi la celebre lettura che ne darà Catullo.

Oltre a diffusa dottrina ed una scrittura che cerca di essere evocativa, il libro offre un buon apparato iconografico ed è molto interessante l’ultimo capitolo (Arianna nel tempo), sulla fortuna del mito nei secoli, dove scopro un omaggio di Warhol a de Chirico:

Italian square with Ariadne (after de Chirico), 1982

love is a stranger in an open car

27 agosto 2020

Dopo aver riscritto la prima parte della storia di Amore e Psiche, Rachel Beth Cunning si è dedicata al personaggio di Medea, prendendo come riferimento principale il III l. delle Argonautiche di Apollonio Rodio, dove la fanciulla si innamora di Giasone (tonto là e tonto pure qua, è chiaramente un topos) con le tragiche conseguenze note.

Medea et peregrinus pulcherrimus è dunque un breve romanzo interamente scritto in latino, con lessico frequenziale e costrutti spesso ripetuti (in modo particolare periodi ipotetici), cosa che ne rende la lettura non molto appassionante ma certamente utile dal punto di vista didattico, anche se l’uso dei tempi verbali è talora discutibile (tutti questi perfetti al posto dell’imperfetto mi sanno di calco dall’inglese) e ci sono un paio di errori di lingua.

la fan fiction è un’invenzione del Romanticismo

26 agosto 2020

Immagino che nell’Italia pre-unitaria il concetto di “diritto d’autore” fosse alquanto vago, cosa che (come ho recentemente scoperto) permise a Giovanni Rosini di pubblicare nel 1829, spacciandolo con scarsa originalità per un un manoscritto del XVII secolo, un romanzo che sviluppa le vicende di un personaggio minore dei Promessi Sposi.

La monaca di Monza (di cui ho facilmente trovato una ristampa del 1857, a conferma del grandissimo successo che ottenne all’epoca) non è, ahimé, il più grande romanzo italiano mai scritto ma certamente una delle letture più involontariamente divertenti che possano capitare sotto mano.

Inizia subito dopo il rapimento di Lucia, quando Egidio nel giro di poche ore uccide a duello (!) il fratello di Geltrude che aveva scoperto la tresca con la Signora, viene a sapere da don Rodrigo del colpo di scena di metà romanzo (“L’Innominato… dopo una conferenza col Borromeo, non si sa come, si è convertito”, gli scrive, chiamandolo proprio “l’Innominato“) e scopre di essere ancora a rischio da parte dell’Inquisizione (saltano infatti fuori i due principali motivi per il quale Egidio è così cattivo: da adolescente ha letto Ovidio ed è segretamente protestante). Organizza dunque una rocambolesca fuga con Geltrude (la meta è Firenze, non tanto per sciacquare i panni in Arno ma perché storicamente accogliente con l’eterodossia, nota l’autore), durante la quale incrociano fra Cristoforo (!) in cammino per Rimini.

Purtroppo Rosini non è in grado di mantenere questi ritmi ed infarcisce il romanzo di pipponi moralistici che Manzoni riusciva a rendere gradevoli e di episodi (l’intero capitolo VII è la visita di Egidio all’atelier di Pietro Tocca, lo scultore barocco, mentre nel capitolo dopo sempre Egidio discute dell’Orlando furioso con l’anziano Galileo e tacciamo degli intermezzi poetici del Rosini stesso) che non hanno ragione di esistere (ma “il principale scopo dell’Autore fu di presentare drammaticamente lo stato civile, letterario , artistico e scientifico del tempo”, scrive nelle Conclusioni).

A Firenze, comunque, Egidio comincia a trovare un po’ pesante Geltrude (che vuole che lui interceda presso uno Strozzi e da lì presso il papa per fargli annullare i voti presi a suo tempo cosicché possa far di lei una donna onesta) e si infatua di una certa Barbara degli Albizzi (che nulla sospetta) e cerca di sedurla con noiosissime chiacchierate sulla poetica cinquecentesca e mandandole finti madrigali di Tasso (giuro), cosa che si trascina letteralmente per mesi senza risultato alcuno.

Negli ultimi capitoli si riprende il ritmo: Egidio viene raggiunto dai bravi mandati dal padre di Geltrude per ucciderlo (ma viene solo gravemente ferito), arriva il 1630 e con esso la peste (Geltrude finisce al lazzaretto locale, dove ritrova l’odiata (ma innocente) Barbara, sulla falsariga di Renzo e Lucia che incontrano al lazzaretto don Rodrigo, ma sopravvivono entrambe), nel cui racconto Rosini inserisce un aneddoto patetico sul modello della piccola Cecilia.

In un’improbabile svolta sovrannaturale, per riconquistare Egidio Geltrude pensa di ricorrere all’aiuto di una strega (!) ma viene arrestata dal tribunale dell’Inquisizione (!!) che fa due più due e la identifica con la fuggitiva monaca di Monza (!!!), cosa che porta anche all’arresto di Egidio. Mentre lei viene trasferita di monastero in monastero, lui tenta di liberarla ma viene ucciso in uno scontro a fuoco ed alla fine Geltrude racconta tutto ma proprio tutto al cardinal Borromeo, che non manca di fare una dura reprimenda al di lei padre (che nel frattempo, perché la Provvidenza in Rosini ci va giù pesante, aveva perso figlio, moglie, nuora e nipoti – uno di vaiolo ed uno di peste).

E, per tornare ai Promessi Sposi, “la sciagurata, caduta in sospetto d’atrocissimi fatti, era stata, per ordine del cardinale, trasportata in un monastero di Milano; che lì, dopo molto infuriare e dibattersi, s’era ravveduta, s’era accusata; e che la sua vita attuale era supplizio volontario tale, che nessuno, a meno di non togliergliela, ne avrebbe potuto trovare un più severo” (cap. XXXVII).

his eyes looked like a factory about to be shut down

25 agosto 2020

A meno di non dare per scontato che una percentuale inquietante di elettori statunitensi sia composta da persone seriamente disturbate, si devono cercare le ragioni del successo elettorale di Donald Trump (ed omologhi internazionali) in meccanismi molto più complessi, che hanno avuto inizio dalla crisi economica del 2008 o che in generale afferiscono ai cambiamenti nel mondo del lavoro, con annessa globalizzazione.

Un buon punto di partenza può essere un documentario (prodotto dalla Higher ground, cioè dai coniugi Obama) come Made in USA – Una fabbrica in Ohio (American factory, Netflix 2019) che racconta di una fabbrica statunitense, chiusa dalla General Motors e riacquisita da una società cinese che produce vetri per automobili, con la promessa di dare lavoro agli operai a suo tempo licenziati (non credo che il diritto del lavoro americano preveda cose come la “cassa integrazione” ed il film è brutale nel descrivere come le aziende – non solo quelle cinesi, eh – si diano da fare per impedire la ‘sindacalizzazione’), affiancandoli a colleghi cinesi, più o meno forzatamente emigrati.

Con un certo candore il documentario segue le aspettative di alcuni lavoratori, le difficoltà del capitalismo di Stato nel lavorare in un paese che prevede qualche regola (le questioni di sicurezza sono state oggetto di sviluppi legali ed i cinesi avevano qualche difficoltà ad accettare giornate lavorative di ‘sole’ 8h e ben 8 giorni di riposo al mese) e sfiora anche le questioni culturali/linguistiche, non essendo l’Ohio un tipico melting pot.

we can’t have people golfing sober: they’ll realize it’s a waste of time

24 agosto 2020

Giunti alla nona stagione di Modern Family, permane il consueto senso di familiarità che ogni tanto sconfina nella routine, attenuato da alcune notevoli guest star (Chris Martin dei Coldplay, la bravissima Mira Sorvino, uno sfuggente Billy Crystal) e da qualche sviluppo nella trama (Manny è al college, nel finale di stagione Cam e Mitch meditano di tenere con sé il nipotino, Haley ha un lavoro e si fidanza con un astrofisico, malgrado il brevissimo ritorno del sempre adorabile Dylan, ora in una relazione ‘monotona’ – voleva dire ‘monogama’).

Può andare, direi.

esoscheletri, 2

23 agosto 2020

Continuo a non trovare particolarmente avvincente la vicenda di Iron man, giunto ad un secondo episodio nel 2010.

Il burbero miliardario protagonista entra ad un certo punto in crisi perché sospetta la morte vicina in quanto il palladio che lo tiene in vita ha una notevole componente tossica (pare sia vero) ed entra in una spirale autodistruttiva, da cui poi comunque esce per combattere un nuovo cattivo (Mikey Rourke) e fare nuove amicizie (nel film viene introdotta Black Widow), con un intero album degli AC/DC a lui dedicato.

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