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you’re grounded until you believe in God

24 aprile 2017

4a965f1981Scopro che, quando un paio di anni fa fu annunciato che Dan Savage (promotore della versione originale di Le cose cambiano) sarebbe stato produttore esecutivo di una nuova sit-com su una famiglia statunitense di cattolici irlandesi il cui figlio 16enne fa coming out, i catto-talebani cercarono di boicottarla prima ancora che venisse, trasmesso, girato un episodio.

Di The real O’Neals ho per ora visto la prima stagione e, sorpresa!, non c’è alcunché da cui risultare offesi, da cattolici o da irlandesi che si sia.

 Il focus narrativo è ovviamente centrato su Kenny, che risulta semplicemente adorabile, offuscando però il resto del cast e rivelando i limiti degli altri personaggi (la sorella minore è l’ennesima copia di Lisa Simpson ed il fratello maggiore è il classico adolescente tontolone meglio sviluppato dal Luke di Modern Family); gli aspetti di reale fondamentalismo sono solo accennati (in un solo episodio appare la terribile nonna, interpretata dalla sempre brava Frances Conroy) ed il tutto si lascia piacevolmente guardare.

E’ da poco terminata la seconda stagione (che pare migliore), ma gli ascolti sono stati un po’ più bassi e non è detto che ce sarà una terza, con davvero sgradevole compiacimento dei soliti noti…

una canzone a caso – 403

23 aprile 2017

Adele_-_Someone_Like_You

AdeleSomeone like you

Il più grande successo discografico della fanciulla (21, 2011) contiene questa canzone, che è ormai un uber-classico per tutti i cuori infranti e pare avere precise ragioni scientifiche che fanno sì che risulti emotivamente devastante.

E’ tutta un capolavoro, ma secondo me la vetta è toccata al secondo ritornello (da 2:40):

Se poi vogliamo completamente annegare in un mare di lacrime, c’è la versione dal vivo ai Brits di quell’anno:

segno de’ tempi

22 aprile 2017

Prince_sign-o-the-times_250Per quanto oggi il sintagma Sign of the times faccio venire in mente essenzialmente due parole (Harry” e “Styles), trent’anni fa fu il titolo di un album di Prince (Sign o’ the times, 1987 – disco doppio, e da allora Prince ci prese gusto), considerato da molti la sua vetta artistica.

Per quanto il disco contenga brani significati del suo catalogo (If I was your girlfriend, I could never take the place of your man, U got the look, Adore, Hot thing, e potrei andare avanti), questi finirono coll’essere eclissati dalla magnificenza del primo, omonimo singolo.

In un’epica in cui si spendevano milioni di dollari per i video (qualche mese dopo sarebbe arrivato, per dire, Bad di Michael Jackson, diretto da Martin Scorsese), Prince si diede al minimalismo spinto, inventando nel contempo i ‘lyric videos’ di oggi:

Il testo è una drammatica rassegna dei tempi in cui si viveva (e si vive), con il dramma dell’HIV/AIDS (a big disease with a little name è una perifrasi efficacissima), catastrofi naturali, gang giovanili, investimenti discutibili (ma mettere in relazione il dramma dell’infanticidio colle spese per l’esplorazione spaziale mi è sempre parso un po’ demagogico), olocausti nucleari e nuove guerre fredde ed altri segni dei tempi, tanto per abusare dell’aggettivo ‘profetico’…

una canzone a caso – 402

21 aprile 2017

ElvisVSJXLCDSingleCover

Elvis PresleyA little less conversation

Brano minore originariamente apparso nel 1968, A little less conversation finì col riportare Elvis in vetta alle classifiche di mezzo mondo quando fu remixata dall’olandese JXL ed inserita in un’antologia di particolare successo, Elv1s – 30 #1 hits (il titolo al fatto che tutti i brani sono stati al #1 negli Stati Uniti e/o in Inghilterra, sul modello di 1 dei Beatles):

Qua sotto la versione originale, dal film Live a little, love a little, in cui in meno di due minuti il fanciullo riesce a conquistare la fanciulla – ma è facile, se uno è Elvis Presley:

Non so quanto direttamente l’ambientazione a bordo piscina abbia influenzato Imitation of life degli REM – ma ogni pretesto è buono per rivederne il geniale video:

angels in australia

20 aprile 2017

81Tmqy9iKIL._SY550_Nel caso che uno si voglia deprimere, non c’è niente di meglio che Holding the man, il film di un paio di anni fa tratto dall’autobiografia di Tim Conigrave, a sua volta adattato a pièce teatrale una decina di anni fa e di enorme successo nella nativa Australia.

Il film racconta i quindici anni di storia d’amore di Tim John, iniziata in un liceo gesuita di Melbourne e proseguita attraverso l’omofobia dell’Australia degli anni ’70-’80 (cui l’ossessione per gli ABBA pare non aver insegnato granché), fino al drammatico finale legato all’HIV/AIDS, al tempo in cui una diagnosi equivaleva ad una sentenza di morte (ed accade così anche oggi, appena si esce dagli stretti confini del nostro medicato occidente).

Il tutto è un po’ straniante (per l’accento australiano cui si è poco abituati e per la discutibile scelta di far interpretare agli stessi attori – per altro bravissimi – la parte da trentenni e quella da diciassettenni), ma non abbastanza da non coinvolgere emotivamente lo spettatore.

medical shark

19 aprile 2017

71ad9IFSVxL._SY550_Ahimé, duole ammettere che, colla sesta stagione, ed ancora di più con la settima, il mio amato Dr House comincia a diventare insulso ed a raggiungere il punto di non ritorno.

I 23 episodi della stagione seguono il tracollo (prevedibile, ovviamente) della relazione tra House e la dott. ssa Cuddy, mentre intorno il cast va e viene con ritorni improvvisi e sparizioni immotivate, abbandonata ormai qualsiasi ipotesi di ‘realismo’.

Manca solo una stagione, poi, sempre nel progetto ‘recuperiamo quanto ci siamo persi’, si passa a Downtown Abbey

all he finds are snakes, in every color, every nationality and size

18 aprile 2017

51JgktR4PpLHo scoperto che Cobra killer è pure diventato un film (King Cobra, 2016), con un cast notevole (Alicia Silverstone, il sempre bravo James Franco, un notevolissimo Christian Slater, che, da Mr Robot in poi sta vivendo una seconda giovinezza), dominato da Garrett Glayton, chiaramente lontano dai suoi esordi disneyani (pare che per diventare ‘trasgressivi’ sia necessario passare un paio d’anni sul Disney Channel).

Il film è piuttosto didascalico nel raccontare la storia vera che ne è alla base, ma si solleva un po’ con un paio di momenti all’American psycho che non stonano nel contesto ipercapitalistico della vicenda,

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