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barney resta il mio personaggio di riferimento, ovviamente

26 giugno 2017

81MlJWwxVwL._SY500_La maggior parte della quinta stagione di How I met your mother, mentre Ted è impegnato a rielaborare il lutto per l’abbandono all’altare da parte di Stella, è dedicata all’improbabile liason fra BarneyRobin (e postumi) e a sviluppi narrativi abbastanza prevedibili, che non mi colmano di grandi aspettative per le altre quattro…

Mi sa che mi sto già stancando…

maiali arruolati

25 giugno 2017

9788843085507_0_0_300_80Tanto per restare nell’ambito delle origini del cristianesimo, ho letto la nuova edizione del Vangelo secondo Luca curata da Riccardo Maisano, su testo (inedito) di Kilpatrick.

Il commento è ricco di spunti, in particolare per i riferimenti ad autori greco-romani in qualche modo riecheggiati (a riconferma che l’autore fosse persona di qualche dottrina e capace di scrivere in un greco dignitoso, con qualche scelta lessicale di alto tono), ma le cose più interessanti mi paiono essere queste, che non sapevo:

  • per quanto i codici greci attribuiscano il celebre Magnificat a Maria, alcuni manoscritti latini e soprattutto figure tipo il mio mito Origene sono convinti che il celebre testo sia recitato da Elisabetta, e vi paiono essere ragionevoli argomentazioni a favore di questa teoria (per l’assenza di un de;, tanto per ricordare ai ggiovani che, no, le particelle greche non sono inutili)
  • il curioso episodio (cap. 8) dell’indemoniato che si dice posseduto da un demone chiamato Legione e che Gesù ‘trasferisce’ in un branco di maiali sarebbe una neanche troppo velata allusione alla legio decima fretensis, di stanza in Giudea, il cui simbolo era, appunto, un maiale (dice Giuseppe Flavio, a sottolineare l’indelicatezza dei Romani)
  • Quando Gesù (cap. 14) chiede “Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori in giorno di sabato?” per mettere in difficoltà i farisei, pare che la letteratura qumranica sia abbastanza netta in materia: no, se è sabato lo lasci nel pozzo e ciccia.

Lettura illuminante.

dov’è il posto per te in questo secolo di turbamenti?

24 giugno 2017

9788845905216_0_0_300_80La mutevole geografia dell’Europa novecentesca fa sì che Cseslaw Milosz sia nato in Lituania (!) ma da polacco e da polacco sia finito a Parigi (giovane barbaro in viaggio / intimidito dall’arrivo nella capitale del mondo) per poi defezionare negli Stati Uniti, col risultato che la sua scrittura si muove di capitale in capitale e di città in città ed anche di secolo in secolo (notevole la romana Campo dei fiori, con ricordi di Giordano Bruno, scritta a Varsavia, per dire, come i frammenti della sua Antigone).

La sua prima antologia italiana, Poesie, mi è capitata in mano davvero per caso ed è stata una piacevole scoperta di un poeta di cui nulla – colpevolmente – sapevo (ma lui stesso scrive se non hai letto i poeti slavi / tanto meglio) e che è bello aver conosciuto:

Taluni dicono che l’occhio c’inganna

e che non c’è nulla, solo apparenza.

Ma proprio questi non hanno speranza.

Pensano che appena l’uomo volta le spalle

il mondo intero dietro a lui più non sia,

come da mani di ladro portato via

(da Speranza, 1943)

E che pare rispondere ad un osso montaliano, eh.

una canzone a caso – 418

23 giugno 2017

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Elvis PresleyIt’s now or never

Il curioso interesse statunitense per la musica melodica napoletana portò Elvis Presley a rifare Torna a Surriento (che divenne Surrender, con impagabile assonanza) e soprattutto O’ sole mio, che divenne It’s now or never (prima ci aveva già pensato Dean Martin, col quale diventò There’s no tomorrow) e fu uno dei suoi più grandi successi.

E come tutte le cose in cui appena si dice ‘italia’ all’estero pensano a loro, scopro che in If I can dream i tre de Il Volo la cantano con lui, perché sono ‘very friend’ con Priscilla Presley:

 

maturità 2017 – 3

22 giugno 2017

Il Seneca del liceo classico non era né molto impegnativo né particolarmente entusiasmante, mentre, come al solito, il Liceo Classico Europeo ha proposto una prova più interessante (qui il testo ufficiale).

L’episodio si colloca alla fine dell’età monarchica di Roma, quando Tarquinio il Superbo manda i propri figli a Delfi, a consultare l’oracolo, accompagnati da Bruto che, avendo capito l’andazzo della sua vicenda familiare, si finge tonto per non destare sospetti ma, una volta cresciuto, in seguito all’affaire Lucrezia, contribuirà ad abbattere la monarchia, instaurare la res publica e diventare console.

Le due versioni offerte ai ggiovani venivano da Dionigi di Alicarnasso per il testo greco (Antichità romane, IV 69 2-3) e dal buon Livio (a 2mila anni esatti dalla sua morte) per quello latino (Ab urbe condita, I 56) e gli studenti potevano scegliere quale delle due tradurre “in lingua italiana”. Ecco il testo greco ed una traduzione di lavoro:

τήν τ’ αἰτίαν τῆς νόσου γνῶναι παρὰ τοῦ θεοῦ καὶ τὴν λύσιν βουλόμενος συνέπεμψε κἀκεῖνον ἅμα τοῖς μειρακίοις δεηθεῖσιν, ἵνα κατασκώπτειν τε καὶ περιυβρίζειν ἔχοιεν. ὡς δὲ παρεγενήθησαν ἐπὶ τὸ μαντεῖον οἱ νεανίσκοι καὶ τοὺς χρησμοὺς ἔλαβον ὑπὲρ ὧν ἐπέμφθησαν, ἀναθήμασι δωρησάμενοι τὸν θεὸν καὶ τοῦ Βρούτου πολλὰ καταγελάσαντες, ὅτι βακτηρίαν ξυλίνην ἀνέθηκε τῷ Ἀπόλλωνι· ὁ δὲ διατρήσας αὐτὴν ὅλην ὥσπερ αὐλὸν χρυσῆν ῥάβδον ἐνέθηκεν οὐδενὸς ἐπισταμένου· μετὰ τοῦτ’ ἠρώτων τὸν θεόν, τίνι πέπρωται τὴν Ῥωμαίων ἀρχὴν παραλαβεῖν, ὁ δὲ θεὸς  αὐτοῖς ἀνεῖλε, τῷ πρώτῳ τὴν μητέρα φιλήσαντι. οἱ μὲν οὖν νεανίσκοι τοῦ χρησμοῦ τὴν διάνοιαν ἀγνοήσαντες συνέθεντο πρὸς ἀλλήλους ἅμα φιλῆσαι τὴν μητέρα βουλόμενοι κοινῇ τὴν βασιλείαν κατασχεῖν, ὁ δὲ Βροῦτος συνεὶς ὃ βούλεται δηλοῦν ὁ θεός, ἐπειδὴ τάχιστα τῆς Ἰταλίας ἐπέβη, προσκύψας κατεφίλησε τὴν γῆν, ταύτην οἰόμενος ἁπάντων ἀνθρώπων εἶναι μητέρα

“(Tarquinio), volendo conoscere dal dio la causa della pestilenza e la sua soluzione, inviò anche lui (= Bruto) assieme ai suoi ragazzi che lo avevano richiesto” (ammettiamo tranquillamente che questo δεηθεῖσιν era alquanto antipatico) “per poterlo sfottere e prendere in giro. Appena arrivarono al santuario, i giovani ricevettero l’oracolo su ciò per cui erano stati mandati, dopo aver donato al dio delle offerte e dopo aver molto preso in giro Bruto perché aveva offerto ad Apollo un  bastone di legno (ma lui, avendolo scavato all’interno come un flauto, vi aveva messo dentro un ramo d’oro, senza che nessuno se ne accorgesse) ma, dopo ciò, chiesero al dio chi (di loro) fosse destinato a prendere il potere a Roma ed il dio rispose  loro (che ciò sarebbe toccato) a chi per primo avesse baciato la madre. E dunque i giovani, non capendo il pensiero dell’oracolo, si accordarono fra di loro per baciare insieme la madre, volendo tenere in comune il regno, mentre Bruto, avendo compreso ciò che il dio volesse dire, non appena tornò in Italia, caduto in avanti, baciò la terra, ritenendo che questa fosse la madre di tutti gli uomini”.

Il testo di Livio, come vedremo, specifica meglio l’allegoria del ramo cavo ed immagina una meno egualitaria divisione del potere fra gli eredi, ma per il resto è facilmente sovrapponibile al greco, pur offrendo qualche difficoltà in più:

Ex industria factus ad imitationem stultitiae, cum se suaque praedae esse regi sineret, Bruti quoque haud abnuit cognomen ut sub eius obtentu cognominis liberator ille populi Romani animus latens opperiretur tempora sua. Is tum ab Tarquiniis ductus Delphos, ludibrium verius quam comes, aureum baculum inclusum corneo cavato ad id baculo tulisse donum Apollini dicitur, per ambages effigiem ingenii sui. Quo postquam ventum est, perfectis patris mandatis cupido incessit animos iuvenum sciscitandi ad quem eorum regnum Romanum esset venturum. Ex infimo specu vocem redditam ferunt: imperium summum Romae habebit qui vestrum primus, o iuvenes, osculum matri tulerit. Tarquinii ut Sextus, qui Romae relictus fuerat, ignarus responsi expersque imperii esset, rem summa ope taceri iubent; ipsi inter se uter prior, cum Romam redisset, matri osculum daret, sorti permittunt. Brutus alio ratus spectare Pythicam vocem, velut si prolapsus cecidisset, terram osculo contigit, scilicet quod ea communis mater omnium mortalium esset.

“Assumendo apposta l’atteggiamento di uno stolto, permettendo che se stesso ed i suoi beni fossero bersaglio del re, non rifiutò nemmeno il soprannome di ‘bruto‘ ” (che di per sé vale ‘imbecille’), “in modo che, sotto la vergogna di tale titolo, il suo animo liberatore del popolo romano, aspettasse, nascosto, la sua occasione. Questi allora, portato dai Tarquini a Delfi più come oggetto di scherno che come compagno di viaggio, si dice che abbia portato in dono ad Apollo un bastone d’oro chiuso in un ramo scavato, simbolicamente immagine del suo ingegno. Dopo che arrivarono lì, eseguiti gli ordini del padre, entrò nell’animo dei giovani il desiderio di chiedere a chi di loro sarebbe toccato il regno su Roma. Dicono che dalla profonda spelonca giunse una voce: il sommo potere a Roma lo avrà chi di voi per primo, o giovani, darà un bacio alla madre. I Tarquini, affinché Sesto, che era rimasto a Roma, fosse ignaro del responso e quindi escluso dal potere, ordinano che la cosa sia a tutti i costi taciuta; affidano alla sorte chi per primo tra loro due, tornato a Roma, dovesse dare un bacio alla madre. Bruto, ritenendo che la voce della Pizia mirasse ad altro, come se fosse caduto inciampando, diede un bacio alla terra, di certo perché quella era chiaramente la madre comune di tutti”.

Come al solito, in maniera insensata, a chi ha scelto di tradurre Dionigi di Alicarnasso vengono proposte domande di comprensione sul suo testo e a chi ha scelto il latino toccano domande sul testo di Livio (a me continua a parere insensato: sarebbe più logico verificare la comprensione del testo non tradotto, no?). Le domande, la cui risposta è ovvia dopo aver tradotto, erano comunque anche utili come guida alla traduzione/comprensione del testo.

C’erano infine tre passi paralleli da metter a confronto, non di particolare difficoltà.

Di solito all’Europeo i ggiovani tendono a tradurre latino ma questa volta il greco era davvero facilissimo (solo il già citato δεηθεῖσιν risultava un po’ oscuro), mentre il testo di Livio offriva più difficoltà, soprattutto nei primi due periodi, più che altro se ad uno sfuggiva il significato denigratorio di brutus.

maturità 2017 – 2

22 giugno 2017

Mentre al liceo scientifico sarebbero tutti entusiasti per la bici colle ruote quadrate (‘ruota quadrata’ è un ossimoro?) – da me hanno fatto quasi tutti il secondo problema, comunque – al liceo classico si è andati su un buon Seneca, particolarmente facile. Il testo ufficiale sta qua, ed è parte della 16a lettera ad Lucilium, in cui (cosa inaudita, perché non lo fa mai – #sarcasmo) Seneca difende l’importanza della filosofia.

L’attacco è molto senecano:

Non est philosophia populare artificium nec ostentationi paratum; non in verbis sed in rebus est.

“La filosofia non è un trucco grossolano, né cosa che ci si procuri per fare bella figura; è questione di fatti, non di parole”

Nec in hoc adhibetur, ut cum aliqua oblectatione consumatur dies, ut dematur otio nausia: animum format et fabricat, vitam disponit, actiones regit, agenda et omittenda demonstrat, sedet ad gubernaculum et per ancipitia fluctuantium derigit cursum.

“Non la si cerca per questo, cioè per trascorrere la giornata con qualche divertissement, o per togliere noia all’inattività: dà forma e sostanza all’animo, dà ordine alla vita, controlla le azioni, indica cosa fare e cosa lasciar perdere, siede al timone e guida la rotta attraverso i pericoli delle onde” (l’ultima frase ha un gioco metaforico non facilissimo da rendere).

Sine hac nemo intrepide potest vivere, nemo secure; innumerabilia accidunt singulis horis quae consilium exigant, quod ab hac petendum est.

“Senza di lei nessuno può vivere con coraggio, nessuno può dirsi al sicuro; ogni singolo istante accadono innumerevoli eventi che necessitano di una decisione, che dev’essere richiesta alla filosofia”

Dicet aliquis, ‘quid mihi prodest philosophia, si fatum est? quid prodest, si deus rector est? quid prodest, si casus imperat? Nam et mutari certa non possunt et nihil praeparari potest adversus incerta, sed aut consilium meum occupavit deus decrevitque quid facerem, aut consilio meo nihil fortuna permittit.’

“Ma qualcuno dirà: ‘ a che mi serve la filosofia, se c’è il destino? a che mi serve, se un dio regge tutto? a che mi serve, se domina il caso? Infatti le cose certe non possono essere cambiate e non ci si può preparare contro le cose incerte, ma o il dio ha preso il posto della mia capacità decisionale ed ha quindi già deciso cosa debba fare, o il caso non lascia nulla alla mia decisione'”. Questa mi pare la parte più bella della lettera, quella in cui Seneca si chiede che posto possa avere la filosofia (e quindi la libera scelta dell’uomo) in un contesto in cui domina comunque il caso (è la teoria epicurea, da lui detestata) ma anche in un contesto in cui la provvidenza divina regoli gli eventi (che è essenzialmente l’idea stoica a lui cara e che richiamavamo l’ultima volta che era uscito Seneca)

Quidquid est ex his, Lucili, vel si omnia haec sunt, philosophandum est; sive nos inexorabili lege fata constringunt, sive arbiter deus universi cuncta disposuit, sive casus res humanas sine ordine impellit et iactat, philosophia nos tueri debet. Haec adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum.

“Qualunque di queste cose fosse vera, Lucilio, o anche se fossero vere tutte, bisogna comunque dedicarsi alla filosofia; sia che i fati ci leghino con legge inesplicabile, sia che un dio, sovrano dell’universo, predisponga tutto, sia che il caso muova e stravolga senz’ordine le vicende umane, la filosofia ci deve offrire protezione. Essa ci spinge ad obbedire con piacere al dio, od alla sorte con ostinazione; questa ti insegnerà a seguire il dio, o a sopportare il caso”. Bella conclusione del ragionamento, con l’apparente ossimoro tra l’obbedienza ed il piacere di obbedire al dio, tipico appunto dello stoicismo.

Testo davvero facilotto, con solo qualche difficoltà di resa in un italiano decente. Tra un po’, appena arriva, vediamo se come al solito la prova del Liceo Classico Europeo è più difficile…

qui comincia l’avventura…

22 giugno 2017

9788815250537_0_0_300_80La nascita del cristianesimo di Enrico Norelli è un interessante saggio che risponde pienamente al titolo che si è dato, seguendo nascita e sviluppo della nuova fede fino al II secolo dC, più o meno fino al momento in cui appare per la prima volta proprio la parola ‘cristianesimo’ (in una lettera di Ignazio di Antiochia, scopro) ed il cristianesimo ha assunto identità propria rispetto al giudaismo (secondo i criteri di Adriana DestroMauro Pesce, ai cui studi Norelli è molto debitore).

Il libro si muove su sei densi capitoli (solo l’ultimo, sulla formazione del canone neotestamentario, è un po’ affrettato), dedicati in primis alla ricezione dell’insegnamento di Gesù in terra d’Israele (è sempre interessante ricordare che, come nel caso dell’Islam e della sua divisione fra scitii e sunniti, anche i cristiani delle origini erano molto indecisi su chi dovesse essere l’erede di Gesù, se un suo parente – Giacomo – o un suo discepolo – Pietro – ) e fuori; si passa poi alla diffusione del cristianesimo nell’impero Romano ed ai suoi rapporti col potere (alla rigida posizione dell’Apocalisse, per cui Roma è la bestia di Satana, si sostituisce una posizione, come dire, più accomodante), per concludere con le varie interpretazioni della nuova fede, la nascita delle ‘eresie’ ed i complessi rapporti del cristianesimo con la filosofia greco-romana, la religione, la gnosi etc.

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