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da nunc basia, sed catulliana

27 settembre 2022

Non certo il più recente contributo agli studi catulliani (è del 1985), Catullus & his world di T. P. Wiseman è comunque lettura interessante, in primis per l’attento uso delle fonti e per l’utile appendice, che raccoglie le testimonianze antiche sul poeta veronese e la sua amata Lesbia.

I primi capitoli sono dedicati al contesto culturale (il mondo romano del I sec. aC) in cui opera il poeta (con particolare riferimento ai temi della violenza – non solo simbolica – e della sessualità), alle informazioni effettive (poche, eh) che abbiamo sulla Clodia, che tradizionalmente si individua nella Lesbia amata da Catullo, ed all’orazione ciceroniana (la Pro Caelio) che di questa Clodia offre un ritratto, come dire, poco affettuoso.

Dal capitolo IV l’autore presenta finalmente la figura di Catullo, appartenente alle nuove classi sociali imprenditoriali di origine italica che emergono nell’area transpadana dopo le guerre sillane, le cui caratteristiche si ritrovano nel poeta (una certa sensibilità alle tematiche economiche, una forte sintonia con la poesia ellenistica, una visione della società – paradossalmente – tradizionalista) e si cominciano ad avanzare ipotesi un po’ azzardate (l’ipotetico passaggio di Catullo a Delo nel ritorno dalla Bitinia potrebbe aver portato ad una performance locale del c. 34).

Per quanto sia vero che il c. 11, come è collocato nel liber, richiami effettivamente testi precedenti, resta secondo un po’ forzata anche l’idea che l’ordine dei carmina nel liber sia quello voluto dallo stesso Catullo (per me resta impensabile che abbia davvero scelto di mettere l’addio a Lesbia del c. 11 prima della descrizione del loro incontro iniziale del c. 51) e non penso davvero che il “nostro” Catullo possa essere identificato con l’omonimo mimografo di cui restano pochissime tracce nella tradizione.

Su questo punto gli argomenti di Wiseman mi sembrano assai deboli: c’è sì in Cicerone l’accostamento del mimografo Laberio ad un Valerio – il nome della gens di Catullo – , ma che Cicerone possa definire un cantor Euphorionis suo sodalis mi pare improbabile, anche quando si trovano ‘indizi’ metrici che sempre mi intrigano (il v. 3 del c. 116 potrebbe essere, se l’-s non è caduca, un senario giambico, ma da qui a vederne un’anticipazione di un’imminente carriera teatrale ce ne vuole – mi convince di più Wray che vedeva la riappropriazione del ritmo giambico nello stesso carmen come traccia di un ritrovato equilibrio tra ‘callimacheo’ ed ‘archilocheo’).

una canzone a caso – 679

26 settembre 2022

Oasis, Don’t look back in anger

Ultimo grande singolo dell’impeccabile sequenza iniziale della loro carriera. Don’t look back in anger parte con un “omaggio” ad Imagine di John Lennon per confermarsi un classico allo stesso livello.

Quando poi un vile attentato terroristico scosse dalle fondamenta Manchester, divenne una sorta di canto funebre e nello stesso tempo di speranza, rinascita e, incredibilmente, perdono:

Da brividi.

election day

25 settembre 2022

Ho visto Wanna, il documentario su Wanna Marchi di Netflix (come tutti i documentari di Netflix: inutilmente lungo, montaggio capzioso con silenzi e faccette a buffo, comunque interessante) e mi pare dica parecchio su questo paese, oltre che sulla vicenda specifica:

  • la pervasività della televisione sta distruggendo questo paese da almeno quarant’anni
  • in Italia ci sono persone cattive che sfruttano persone deboli, come ovunque. Solo che qui hanno una certa tendenza a diventare icone pop
  • in questo paese, se si subisce un’ingiustizia, si telefona a Striscia la notizia anziché rivolgersi alla magistratura
  • gli stessi media che costruiscono e poi smontano “miti” come quello di Wanna Marchi non provano alcuna vergogna a pubblicare l’oroscopo

Direi che ci meritiamo tutto, ma proprio tutto.

è una cosa ben monotona il genere umano

17 settembre 2022

Dopo aver seguito Goethe nel suo celebre Viaggio in Italia, mi è parso opportuno leggere (per la prima volta!) la sua opera più celebrata, cioè I dolori del giovane Werther, di cui sapevo solo che fu d’ispirazione per l’Ortis foscoliano (che si uccide “in silenzio” mentre Werther è, come dire, più “rumoroso”) e poco più.

Costruito come romanzo epistolare (che fa molto Settecento) e con un direi eccessivo entusiasmo per i Canti di Ossian (che fa molto Ottocento), è (ma va?) un #capolavoroassoluto, da leggere e rileggere, per chiunque si sia mai innamorato o aspetti ancora di innamorarsi.

la guerra (fredda) dei 12 punti

14 settembre 2022

Ho comprato Eurovision song contest – Una storia europea pensando fosse un libro un po’ trash su curiosità amene, tipo i buoni risultati dei Jalisse o i premi per il peggior look, invece il lavoro di Dean Vuletic (con prefazione di Luca Barra e traduzione di Livia Novello Paglianti – mi pare sempre meritorio che gli editori, qui Mininum fax, mettano in copertina anche il nome del traduttore) è cosa di ben altro spessore (il titolo originale è Postwar Europe and the Eurovision Song Contest).

E’ un denso saggio di geopolitica (che ora va molto di moda, ma è comunque del 2018) in cui si segue la storia dell’ESC (che, ricordiamo, è tecnicamente una gara fra canali televisivi pubblici, sono che metterci la bandiera di Rai Uno o della televisione jugoslava era meno figo; non ha inoltre nulla a che fare con le istituzioni dell’Unione Europea, cosa da cui si spiega la partecipazione di paesi come Israele o l’Australia) che come filo conduttore le complesse dinamiche diplomatiche fra i vari paesi, usando come spartiacque la caduta del Muro di Berlino ed il conseguente allargamento ad est della gara (arrivando fino all’Azerbaijan, anche se la Yugoslavia partecipava già dal 1961).

Particolarmente affascinante è la parte (e non poteva essere altrimenti) sui paesi balcanici (la Yugoslavia ha passato gli anni ’80 a presentarsi come modello positivo organizzando ad esempio le Olimpiadi invernali a Sarajevo nel 1984 e vincendo l’ESC nel 1989, per poi trascorrere il decennio successivo a smembrarsi) e quella sulle semi-dittature moderne che partecipano alla gara cercando di presentarsi come isole felici (Russia, Bielorussia, Azerbaijan etc. ), quando poi se la prendono con i loro cittadini che non svolgono il loro dovere patriottico (scopro con orrore che la compagnia telefonica azera individuò e segnalò alle autorità gli spettatori che avessero osato votare l’Armenia) o con i paesi che non li votano (basta andare a vedere i voti ‘mancati’ di Georgia ed Ucraina alla Russia… ).

Non mancano alcune letture un po’ superficiali (non metterei in relazione la partecipazione di Iva Zanicchi, tredicesima nel 1969, con la sua carriera politica in Forza Italia dal 2004) e si potevano forse evitare con un buon editing alcune ripetizioni (mi pare che si ricordi tre volte che la canzone di Gigliola Cinquetti del 1974 fu censurata dalla Rai perché interpretabile come un’indicazione di voto al referendum sul divorzio – si chiamava ), ma è certamente un libro essenziale per rileggere la Storia con altro sguardo.

Ed a proposito di soft power, cioè di paesi in qualche modo marginali ma che esercitano comunque enorme influenza, è sempre il caso di ricordare la Svezia e capolavori assoluti come Popular di Eric Saade:

(resto ogni volta senza parole per l’assoluta perfezione del tutto)

send in the clowns

12 settembre 2022

Giunto al terzo libro dedicato alla presidenza di Donald Trump (dopo questo e questo), in Landslide Michael Wolff continua a presentare il deprimente quadro di una combriccola di incompetenti/pericolosi eversori che hanno occupato la Casa Bianca per quattro lunghi anni, con una talora sgradevole (le flatulenze di Rudy Giuliani) tendenza all’aneddotico.

La cosa più inquietante del libro è che Trump, dopo aver tentato in passato di delegittimare l’autore (FAKENEWS!!!11!), si è concesso per un’imbarazzante intervista, in cui pare chiaramente non cogliere l’ironia di quando Wolff gli anticipa di star pensando di intitolare il libro “landslide” (cioè la vittoria “a valanga” nelle elezioni del 2020 che Trump si attribuisce e che i fatti gli negano), ennesima conferma di un certo, come dire, distacco dalla realtà.

There are, ovviamente, bad times just around the corner

una canzone a caso – 678

10 settembre 2022

Adele, When we were young

Non originalissima come idea, questa canzone di Adele resta bellissima, per il notevole uso degli enjambements (in case it is the last time that we might / be exactly like we were before we realised / we were sad of getting old) e questa impeccabile versione in presa diretta:

la rentrée

7 settembre 2022

Per iniziare con fiducia il nuovo anno scolastico e guardare con serenità al futuro, niente di meglio de La scuola bloccata di Andrea Gavosto (economista e collaboratore della Fondazione Agnelli, due caratteristiche non esattamente benvolute nel “mondo della scuola”, diciamo).

Il libretto ha una densa pars destruens in cui – dati alla mano – analizza alcuni nodi problematici del sistema scuola, dagli apprendimenti (com’è che si diplomano praticamente tutti e poi hanno risultati imbarazzanti in test standardizzati o non sono comunque in grado di scrivere un tweet senza errori ortografici o di pensiero consequenziale?) ai curricula, dalla formazione/selezione dei docenti (un meccanismo che cambia ogni maggioranza politica) alle metodologie di insegnamento, una trattazione che risulta deprimente a chi già sa queste cose ma certamente utile al lettore che ha lasciato la scuola da decenni.

La pars construens, concentrata non solo nelle ultime pagine ma diffusa in tutto il testo (con una certa rassegnazione sul fatto che molte delle proposte sono, rebus sic stantibus, impossibili da realizzare), non è particolarmente originale (un curriculum di base comune a tutti con la possibilità di scelta fra insegnamenti facoltativi, allungamento dell’obbligo, diversificazione di carriera dei docenti etc. ), tranne l’inedita proposta di rendere l’abilitazione degli insegnanti a tempo, immaginando che “ogni dieci anni tutti gli insegnanti dovessero sottoporsi ad una verifica sul grado di aggiornamento delle conoscenze disciplinari e, soprattutto, delle competenze didattiche”, idea che troverei enormemente divertente (e che, scherzi a parte, mi pare comunque meno problematica di una valutazione dei docenti basata sui risultati degli studenti, date le sterminate variabili che mettono determinati studenti davanti ad un dato docente).

Nei complessi rapporti fra sistema scolastico e cittadinanza va, infine, notato che le famiglie stesse paiono cercare una certa (per loro aurea) mediocritas: da un po’ di anni l’osservatorio di Eduscopio.it pubblica una “classifica” delle scuole superiori (che nasce da dati come il rendimento degli studenti al primo anno di università e non solo i voti del percorso scolastico) ma, nota Gavosto, in seguito a queste classifica, se è vero che le scuole “peggiori” hanno avuto cali di iscrizione, questi non sono stati a favore delle scuole “migliori” (che non hanno visto particolari aumenti) ma delle scuole “nel mezzo”, perché, aggiungo io, questo paese non cerca il meglio, ma il meno peggio.

until the end of time

6 settembre 2022

La serie di romanzi dedicati al Dipartimento di Investigazioni Temporali di Star Trek si conclude con Shield of the gods di Christopher L. Bennett (del 2017, disponibile solo come ebook) con un racconto (e spiace) non particolarmente riuscito, dove ad essere protagonisti (paradossalmente, e non nel consueto senso spazio-temporale) non sono tanto gli agenti del DTI ma nuovi personaggi inseriti per l’occasione, che non si ha neanche il tempo di conoscere che la storiella è già finita.

PS / Non si può naturalmente non apprezzare che lo “scudo” del titolo si riferisca alla misteriosa agenzia di Gary Seven, l’Aegis, cioè lo scudo coperto dalla pelle della capra i cui belati celarono all’ira dell’onnivoro Crono i vagiti del piccolo Zeus.

appartenevo al mio futuro

4 settembre 2022

Dovendo scrivere un romanzo storico ambientato durante l’eruzione del Vesuvio che nel 79 dC distrusse Pompei, si può seguire la via pop (con buoni risultati, come ha fatto Robert Harris) o provare a fare “letteratura”, che è la via imboccata da Valeria Parrella nel recente La fortuna (Feltrinelli, 2022).

Sorta di romanzo di formazione, è narrato in prima persona del giovane Lucio, che suo malgrado viene mandato a Roma a frequentare le lezioni di Quintiliano anziché essere avviato alla desiderata carriera di marinaio ma che si troverà comunque sulla flotta di Plinio durante l’eruzione.

La trama è esile ma la scrittura – telegrafica – è costruita con un continuo gioco di richiami letterari (c’è una “lenta ginestra”, per dire) e riflessioni del narratore non così banali come ci si aspetterebbe, cose che rendono Lucio una figura affascinante con un certo compiacimento intimista.

Stupisce un po’ (l’autrice è “laureata in Lettere classiche”) la scarsa cura nelle citazioni: la frase di Plinio del prologo non viene da “Epistola VI” ma è nell’epistola 16 del l. VI ed anche l’indicazione nell’epilogo di “Silvae IV” per i versi di Stazio è un po’ vaga (è il carmen 4 del l. IV).

La cosa che mi lascia più perplesso (e che probabilmente si propone di aiutare il lettore di destinazione – uno studente liceale – ad immedesimarsi nel narratore) è che diverse volte i personaggi si trovano impegnati a “tradurre Livio“. Ma in che lingua esattamente, visto che è in latino e loro già parlano latino? Escluderei l’italiano nove secoli prima del Placito capuano e l’ipotesi che dovessero tradurlo in greco non mi convince molto, un po’ perché Quintiliano insegnava retorica, non greco, e perché, dal poco che sappiamo, la didattica delle “lingue classiche” nel mondo antico non procedeva per prove di traduzione.

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