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plan B, asap

26 settembre 2018

v1.dDsyNDA5MjU7ajsxNzgyMjsxMjAwOzE2MDA7MjQwMAPur non avendo ancora finito Episodes, ho iniziato la nuova serie con Matt LeBlancMan with a plan (qui la prima stagione), le cui premesse paiono uscite dalla mente di uno sceneggiatore degli anni ’50: causa ritorno al lavoro della moglie, il marito si ritrova a gestire tre figli ed evidentemente nel XXI secolo questo è letto come ‘inconsueto’, ‘ilare’ e ‘spassoso’; i figli, tra l’altro, non paiono creare particolari problemi, visto che passano tutto il tempo davanti al loro iPhone o al massimo hanno le mestruazioni (un maschio che deve parlare di mestruazioni! ‘ilare’!).

La serie si trascina stancamente per una ventina di episodi, con tutti gli stereotipi del genere, solitamente man sviluppati (i nonni razzisti non risultano ad esempio divertenti ma, appunto, razzisti) e l’unico personaggio remotamente salvabile è quello della maestra d’asilo, ma mi pare pochino, e lo dice uno che non ha visto solo la prima stagione di Joey ma anche la seconda

 

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un grande no

25 settembre 2018

9788893881524_0_0_300_75All’inizio della scorsa estate Edoardo Albinati ebbe un’uscita non esattamente felice riguardo la questione della nave Aquarius, tenuta ‘in ostaggio’ dal nostro illuminato  (spoiler: ma anche no) governo, uscita che lui stesso riconosce come ‘pensiero infame’.

A quella uscita ed alle polemiche che ne seguirono – ora comprensibili ora pretestuose o semplicemente imbecilli (tipo definirlo ‘scrittore cattolico’, perché, evidentemente, se uno ha scritto un romanzo chiamato La scuola cattolica sarà per forza ‘scrittore cattolico’, qualsiasi cosa voglia dire) – ha dedicato un instant bookCronistoria di un pensiero infame che è poco più di un lungo articolo e la cui brevità è inversamente proporzionale alla gravitas del contenuto.

Solo fino ad un certo punto apologetico, Albinati passa in rassegna non tanto i fatti di cronaca o i monstra giuridici della vicenda (pare che una fonte del diritto oggi in Italia sia riconducibile ad un tweet di un troll che fa il Ministro dell’Interno) quanto i suoi (certamente miei e spero nostri) pensieri di fronte alla soppressione del senso della decenza e dell’umanità che in questi ultimi mesi (o forse sono vent’anni, notava una mia amica l’altra sera) ha pervaso lo spazio pubblico di un paese in cui le cose più aberranti sono ridotte a ‘goliardata‘ , in cui si spara alle persone per passatempo,  si cerca di dare fuoco alla gente e quant’altro (male certamente non solo italico, visto che Albinati ricorda anche i bambini in gabbia negli Stati Uniti).

A tutto questo risponde con condivisibile rabbia ed esasperazione:

È una faccenda assai più semplice, elementare, che sta prima della politica e molto, ma molto al di là di qualsiasi calcolo o manovra o posizione, non serve affatto essere cattolico o laico o progressista per dire no ai bambini in gabbia! No e poi no!
Bambini in gabbia?
Giornalisti e professori di scuola e universitari arrestati in massa, impiegati pubblici licenziati per rappresaglia?
Reporter ammazzati perché avevano scritto contro il governo?
Sette donne incinte e novanta minori senza famiglia naufragati? A cui si nega di sbarcare perché rappresentano una minaccia all’ordine pubblico, in realtà per giocare a Monopoli con l’Europa? E lasciati altri otto giorni nel mare in burrasca?
Ma di che stiamo parlando?
Fatela finita con questa storia!
Fatela finita una buona volta!!

Dicono che sdegnarsi è inutile, ma serve a ricordarci che siamo umani.

una canzone a caso – 484

24 settembre 2018

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Ward ThomasCarry you home

e quello che abbiamo sarebbe la versione light

23 settembre 2018

71u+g5rx4mLLa pila degli inquietanti libri che raccontano il dietro le quinte della Casa Bianca di Donald Trump sta diventando sempre più alta, malgrado alcuni possano essere tacciati di livori personali (Omarosa) o contenere qualche reale imprecisione/errore, come il Fire and fury di Michael Wolff, letto a suo tempo.

La differenza che fa invece Fear di Bob Woodward è essenzialmente quella di essere scritto da Bob Woodward, cioè da uno dei giornalisti che hanno definito il giornalismo vero del 20° secolo, la cui affidabilità risulta priva di partigianerie di sorta (i suoi libri su Obama piacquero poco alla Casa Bianca di allora, per dire).

Quando dunque Woodward ricostruisce conversazioni surreali (“that’s what I am,” Trump said, “a popularist”. “No, no,” Bannon said. “It’s populist”) come se fosse stato nella stanza non è difficile credergli, proprio in virtù del suo rigore di reporter e di intervistatore, oltre al fatto che, a fronte delle ore ed ore di registrazioni audio che pare aver raccolto, la Casa Bianca si è guardata bene dallo smentire singoli fatti descritti in Fear.

Che poi Woodward sappia anche scrivere bene, è evidente dalla sconsolante conclusione del libro:

Trump had one overriding problem that Dowd knew but could not bring himself to say to the president: “You’re a fucking liar”.

qualcosa si è rotto

22 settembre 2018

locandinaVedere Sulla mia pelle, il film dedicato alla vicenda di Stefano Cucchi è, e non dirò cosa sorprendente, esperienza decisamente forte, malgrado il regista si sia ben guardato dal cadere nel melodrammatico o nel violento (il plausibile pestaggio non è mostrato), nonché nell’apologetico, e si sia – e proprio qui sta la forza del film – basato sui freddi dati processuali (con la consueta celerità del nostro sistema giudiziario, mi pare di capire che si sia ricominciato da zero, o quasi).

La storia è essenzialmente quella di una inquietante sospensione del diritto, in un cinico gioco allo scaricabarile che alla fine ha avuto non solo una vittima ma milioni di vittime, perché le vicende di Cucchi rendono difficile ricordarsi che poliziotti e carabinieri sono anche quelli che davvero combattono la mafia e la criminalità o che muoiono falciati mentre fanno da scorta a politici o magistrati, difficile ricordarsi che medici, infermieri ed operatori sanitari salvano ogni giorno migliaia di vite, difficile ricordarsi che ognuno ha diritto a contattare il suo avvocato, difficile ricordarsi che esistono giudici che magari si fanno qualche domanda davanti ad una persona in evidente difficoltà.

E’ difficile sperare che è stato ‘solo’ sulla sua pelle e che non sia ogni giorno sulla nostra pelle.

I’ve been a teenager since before you were born

21 settembre 2018

31OvfvF2BuL._SS500Dopo Behaviour (1990) e la loro prima antologia (Discography, 1991), il 1992 fu il primo anno dal loro debutto in cui i Pet Shop Boys non ebbero un singolo nella top ten inglese, non avendo pubblicato nulla (anche se Neil Tennant collaborò con gli Electronic per Disappointed).

L’attesa finì nei primi mesi del 1993, con la pubblicazione di Can you forgive her? e l’inizio di una fase molto creativa a livello di immagine, quasi a reazione del ‘realismo’ del grunge che veniva da oltreoceano; l’idea di fondo era quella di inserire i PSB in un contesto assolutamente surreale, come attesta la performance della canzone a Top of the pops:

La cosa continuò con il singolo successivo, una sorprendente cover di Go West (brano minore nella discografia dei Village People), sul quale si potrebbe fare una tesi di laurea:

Il loro quinto album, Very, seguì la strada dell’iper-reale (cfr. la prima stampa del cd,  che aveva una copertina tridimensionale su modello lego ed i video dei singoli I wouldn’t normally do this kind of thingsLiberationYesterday when I was mad) ed entrò direttamente al #1 della classifica inglese e nella top 20 statunitense.

Personalmente non l’ho mai considerato il loro album migliore ma almeno tre degli altri brani risultano fra le loro cose più riuscite: Dreaming of the QueenThe theatre (qui dal vivo in un teatro del West End, il Savoy. Io ero sotto il palco) e Young offender, che è praticamente un capolavoro:

I’ll do what you want if you want me enough
I’ll put down my book and start falling in love
or isn’t that done?
How graceful your movements, how bitter your scorn
I’ve been a teenager since before you were born
and I’m younger than some
I’ve only begun

L’album è stato da poco rimasterizzato e ripubblicato, con un secondo cd di rarità, tra cui spiccano Confidential (il demo della canzone scritta per Tina Turner), Shameless (che anticipa di decenni la celebrity culture in cui viviamo), Falling (poi incisa da Kylie Minogue). la struggente If love were all (di Noel Coward), Absolutely fabulous e la loro versione di Girls & Boys dei Blur, qui a Rio:

Vey è un disco così importante che ci hanno scritto un libro, eh. L’anno dopo pubblicarono un album di remix (Disco 2) e fecero un breve tour in Sud America, cosa che influenzò i ritmi latini dell’album successivo…

una canzone a caso – 483

20 settembre 2018

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The Beautiful SouthSong for whoever

Sonf for whoever (1989) fu il primo singolo dei Beautiful South, che provenivano in realtà dagli Housemartins, i cui membri presero strade diverse.

Il gruppo di Paul Heaton debuttò con una canzone assolutamente insolita, non musicalmente (pare una romantica ballata, anche se verso la fine va altrove) ma come testo, in quanto si presenta come il tentativo di scrivere una canzone di successo (“the number one I hope to reap!“), dedicabile indifferentemente a chiunque (Jennifer, Alison, Phillipa, Sue, Deborah, Annabel too) – l’idea di fondo sarà ripresa, con maggior cinismo, da Come undone di Robbie Williams.

Nel video, i Beautiful South scrivono la canzone e cercano una star per interpretarla e la trovano in una gelatina alla fragola:

 

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