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natural born pop

27 gennaio 2019

aaaabekdq6bodrxs0luqvfgqd_q_bzzmujcblymh5iuhxltdml8rnxa_uprvisrf9a1a_wm65lvcxo-yix9z-7kedehrvadhbjka_lurqgjs9hagjdxrznzjcfcfapaylojrmh4vh5wr4aDopo il successo di documentari come Making a murderer, direi che sta tornando di moda il genere del true crime, cioè la produzione televisiva dedicata a fatti di cronaca e a questioni giuridico-processuali.

Mentre nel caso di Steven Avery permangono dubbi sull’effettiva colpevolezza del condannato, lo stesso non può dirsi di Ted Bundy, probabilmente il reo confesso serial killer più famoso di tutti tempi (ed idolo di Patrick Bateman, ovviamente), alla cui vicenda Joe Berlinger ha dedicato non una ma due produzioni.

Per ora ho visto solo Conversation with a killer – The Ted Bundy Tapes, un lungo documentario che ne ricostruisce la storia con interviste ai protagonisti dell’epoca e – come vuole il titolo – ai nastri di una lunga serie di interviste che Bundy, ormai nel braccio della morte, rilasciò ad un giornalista, per quanto in realtà svolgano un ruolo tutto sommato minore nella narrazione, in cui spiccano alcuni aspetti inquietantemente pop come la fascinazione che il pluriomicida esercitava sul pubblico ed i media.

E’ invece stato presentato solo ieri Extremely wicked, shockingly evil and vile, il film che lo stesso regista ha realizzato con Zac Efron protagonista, a chiudere il cerchio della cultura pop di cui tutta la vicenda è morbosamente intrisa…

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una canzone a caso – 499

23 gennaio 2019

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Cliff Richard & The DriftersMove it!

they figured it made sense

21 gennaio 2019

5053083142582_0_0_300_75Immagino che Mamma Mia – Here we go again non esista per la complessa e sottile trama narrativa (anche perché, ammettiamolo pure, proprio non si regge in piedi) ma essenzialmente perché ogni escursione nel catalogo degli ABBA è sempre benvenuta.

E visto che il catalogo degli ABBA è sterminato e volendo ci si potrebbero fare almeno un paio di altre mamme mie, questa volta, a fianco di cose celeberrime (Waterloo, Super Trouper, Fernando, Knowing me knowing you), ci sono concessioni anche a cose meno note (Andante andante, When I kissed the teacher).

Spiace solo che il personaggio di Meryl Streep sia morto tra un film e l’altro, per cui l’attrice ci regala solo una piccola – ma pregnante – parte e poi c’è Cher, che pare passare lì per caso e fare, benissimo, la parte di Cher.

La cosa le è piaciuta talmente tanto che poi ha fatto anche un intero album di cover degli ABBA, altra cosa che giustifica l’esistenza di questo film.

when the walls come tumbling in

20 gennaio 2019

61y67vkqnvl._sl1000_A proposito di muri che non funzionano, oltre che citare Game of thrones, merita una menzione anche Colony (ero rimasto qua), la cui seconda stagione conferma le buone aspettative che mi ero fatto.

Gli alieni continuano a non vedersi ma la serie riesce comunque a mantenere una certa tensione, con qualche trovata narrativa avvincente e dei colpi di scena non sempre previdibilissimi.

Come tutte le cose belle, pare sia stata cancellata dopo la terza stagione, vedremo presto se con risoluzione finale o con deprimenti cliff-hanger

whom gods destroy…

19 gennaio 2019

51garu8v5wl._sl218_pisitb-sticker-arrow-dp,topright,12,-18_sh30_ou29_ac_us218_… they first make mad è una citazione dal Prometheus di Henry Wadsworth Longellow che dà titolo ad un bellissimo episodio della terza stagione della serie originale di Star Trek, in cui KirkSpock sono in balia di un ex capitano della Flotta Stellare, Garth di Izar, ricoverato in un manicomio criminale su uno sperduto pianeta.

Il personaggio di Garth è decisamente affascinante e stupisce che ci sia voluto tempo perché la sua storia venisse ripresa ma quasi quarant’anni dopo Pamela SargentGeorge Zebrowski scrissero Garth of Izar, dove l’ex comandante, ormai rimessosi, è incaricato di una complessa missione diplomatica e l’Enterprise ha il compito di accompagnarlo (e Kirk quello di tenerlo discretamente sott’occhio, diciamo)

In tutto questo, il libro parla solo di sfuggita della battaglia di Axanar (che diede grande fama a Garth, pre-ricovero) e la cui vicenda è oggetto di una complessa battaglia legale sul copyright tra la Paramount ed un progettato film amatoriale…

thought that I would self destruct, but I’m still here

13 gennaio 2019

thumbnail_hju-s_rb4Era da un po’ di tempo che per R. Kelly le cose si stavano mettendo male, in seguito ad accuse (mai provate in sede giudiziaria) di molestie, violenze domestiche ed abusi di natura sessuale, anche nei confronti di ragazze minorenni  (le storie più note sono quelle del suo matrimonio – illegale, data la minore età – con Aaliyah e quella di un video in cui costringerebbe una ragazza 14enne ad atti sessuali particolarmente sgradevoli).

Se ne è tornato a parlare dopo la trasmissione di Surviving R. Kelly, un documentario in sei parti in cui diverse donne raccontano vicende inquietanti di plagio, umiliazioni e costrizioni varie – che talora sconfinano nel sequestro, parrebbe – cui sono sopravvissute in extremis.

Negli Stati Uniti (dove R. Kelly pare aver goduto di fama enorme, mentre in Europa lo si ricorda per un paio di canzoni melense, direi) il documentario ha sollevato un ampio dibattito, spaziando da temi come l’etnia e le dinamiche di genere ad una certa resistenza da parte di colleghi a parlare di quanto probabilmente avevano intuito (lodevole eccezione John Legend e da poco Lady Gaga ha condiviso il suo punto di vista), da accuse di connivenza rivolte all’establishment artistico al modo in cui le autorità, talora interpellate, sono o meno intervenute nella questione.

Le donne che raccontano la loro storia meritano per lo meno ascolto ed il documentario merita di essere visto, anche se in alcuni aspetti risulta sgradevole per i tentativi di costruire una narrazione adatta alla fiction e meno, secondo me, alla denuncia, come quando segue con una telecamera i tentativi di una madre di raggiungere la figlia (maggiorenne) in una camera d’albergo dove è trattenuta (contro la sua volontà?) da qualcuno dell’entourage del cantante, con tanto di cliff-hanger prima della pausa pubblicitaria.

La risposta di R. Kelly fu a suo tempo un interminabile brano in cui, pur non ammettendo nessun crimine, offriva un’excusatio non petita assai disturbante.

Su note più leggere, ho appurato che AAlyah si pronuncia alìa e non alaia come avevo sempre pensato.

una canzone a caso – 498

10 gennaio 2019

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Guns N’ Roses, You could be mine

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