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il simbolo dell’amore

22 maggio 2017

Love_Symbol_Album_(Prince_and_the_New_Power_Generation_album_-_cover_art)Gli anni ’90 per Prince finirono coll’essere estremamente problematici, in primis per la riluttanza della casa discografica a pubblicare il suo materiale colla frequenza che l’artista desiderava (praticamente un album triplo al mese).

Le cose cominciarono ad andare in crisi già nel 1992, quando, nel momento di pubblicare il e del fortunato Diamonds and pearlsPrince non volle neanche mettere in copertina del disco il proprio nome ma sostituirlo con un simbolo (Love Symbol Album), cosa che costrinse la casa discografica a diffondere un floppy disc (!) col nuovo font (erano i primi anni ’90, personalmente andavo avanti con un Amiga 500, quindi capisco il loro sconcerto).

La scelta dell’anonimato fu bruscamente messa in discussione dal brano che apre il disco (My name is Prince) e dal fatto che Love symbol (così finì coll’essere chiamato il disco da chi non aveva il floppy della Warner) fosse certamente un disco di Prince (Sexy MF, Damn U etc. lo dimostrano pienamente); il disco fu oggettivamente un grande successo e la sua cosa migliore resta 7 – come al solito, il video è impossibile da trovare on line, per cui qua sotto ce n’è una versione a cappella fatta da un quartetto tedesco, più o meno contemporaneo dei Neri per caso (dev’essere stata una cosa molto anni ’90, poi presto rimossa dall’immaginario collettivo):

L’anno dopo la Warner pubblicò una prima antologia di Prince (due volumi separati, Hits 1 ed Hits 2, disponibili anche in cofanetto con una selezione di lati b) senza fargli pubblicare un disco della New Power Generation e da lì in poi i rapporti con la casa discografica non si sarebbero più ripresi…

una canzone a caso – 408

21 maggio 2017

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Jacques Brel, Ne me quitte pas

La mia iniziazione a Jacques Brel si deve a Marc Almond, che nel 1991 fece uno splendido disco prodotto da Trevor Horn (The tenement symphony), che comprendeva una cover un filino hi-nrg di Jacky.

L’anno dopo fece un concerto alla Royal Albert Hall (e così scoprii pure What makes a man di Charles Aznavour), poi pubblicato come disco, in cui, prima di Jacky, cantò If you go away (la versione inglese di Ne me quitte pas) – se a questo si aggiunge che Brel fece anche una canzone sulla I declinazione latina, mi pare tautologico affermare che Brel fu un mostro sacro della musica francofona del ‘900.

Ne me quitte pas è verosimilmente la più grande canzone d’amore mai scritta, in cui lui supplica lei di non lasciarlo e le promette di tutto (Des perles de pluie, per dire) e trasuda disperazione da ogni poro:

La cosa è stata poi ripresa da un sacco di gente (Celine Dion, Belinda Carlisle, Alison Moyet, Nina Simone, Barbra Streisand, Dusty Springfield, Frank Sinatra, Neil Diamond, Scott Walker) ma chiaramente nulla batte l’originale; solo Marc Almond ci si è avvicinato:

diamanti e perle

20 maggio 2017

51AesA9aS6LAmmetterò senza problemi che Diamonds and pearls (1991) è il mio album di Prince preferito, intanto perché risale al periodo in cui cominciai a rivalutarlo e poi perché contiene quella che secondo me è la sua cosa migliore, Money don’t matter 2 night.

Questo non toglie che ci siano momenti discutibili (Cream sconfina candidamente nel pornografico, anticipando l’album di qualche anno dopo, Come) a fianco di altre cose ben riuscite e degne di stare al livello di classici del passato (Gett off, Thunder) ma Money resta notevole, malgrado l’idea di un miliardario che lamenti la crisi economica sia spesso stonata:

Eppure qui Prince se la cava, e suona davvero sincero, nei mesi di Desert storm e dei massacri operati da Saddam Hussein:

Hey now, maybe we can find a good reason
2 send a child off 2 war
So what if we’re controllin’ all the oil,
Is it worth a child dying 4? (is it worth it?)
If long life is what we all live 4
Then long life will come 2 pass
Anything is better than the picture of the child
In a cloud of gas
And u think u got it bad

maximus matthaeo suo salutem dat

19 maggio 2017

9788868436438_0_0_300_80Non che l’idea di “lettera aperta” sia una novità, ma la breve – e comunque intensa – Lettera a Matteo Renzi scritta da Massimo L. Salvadori (lo storico di chiara fama, sul quale più o meno tutti hanno studiato da piccoli) qualche settimana prima delle recenti ‘primarie‘ che poi Renzi ha vinto, ha anche il pregio di offrire uno sguardo retrospettivo sull’ultimo ventennio di politica italiana.

Dopo la lettera (scritta da un sostenitore non della prima ora), in cui essenzialmente, si invita a guardare avanti senza dimenticare gli errori – parecchi – commessi, c’è infatti una ricca appendice che racconta come si è arrivati ad oggi (e così ci sono un sacco di cose che uno si dimenticava esistessero, tipo il partito di D’AntoniDemocrazia Europea), con particolare attenzione agli abbozzati tentativi di modifiche costituzionali, culminati nel (fallito) referendum dello scorso dicembre (“quello della felice concordia di cui avevano dato prova i padri costituenti, dai liberali ai socialisti e ai comunisti passando per i democristiani, era in buona sostanza una leggenda costruita da una memoria selettiva e accomodata”, si legge nella parte più interessante del pamphlet, dedicata a quello che senza problemi chiamerei feticismo costituzionale).

A giustificare i tentativi renziani di cambiare una volta per tutte questo paese e far gettare il cuore oltre l’ostacolo contribuisce certamente la frase di Max Weber che Salvadori cita verso la fine della missiva:

Non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse all’impossibile

graduating

18 maggio 2017

blak-1-768x1024L’episodio che apre la terza stagione di Black-ish (qui la precedente) si inserisce nella ventennale tradizione di episodi ambientati a Disneyland, una sorta di prezzo da pagare al fatto che il network della serie (l’ABC) sia di proprietà della Disney, ma potevano sinceramente evitarselo.

Fortunatamente, già coll’episodio successivo (in cui la figlia maggiore mette in dubbio l’esistenza di Dio), si torna alla serie che conosciamo, capace di affrontare temi non così superficiali come il genere imporrebbe.

La stagione si arricchisce con l’arrivo di un fratello di Rainbow che la versione millennial di un hippy e continua ad avere un discreto successo, cosa che ha portato i produttori a mettere in cantiere uno spin-off sulle vicende di Zoey al college, scelta che non mi pare felicissima, un po’ perché l’episodio che lancia la cosa non mi è parso intrigante ed un po’ perché non è che abbia grandi ricordi della serie in cui Denise de I Robinson andava al college (ma forse è il caso di rivalutarla).

una canzone a caso – 407

17 maggio 2017

114128419

The ChristiansWords

bounced back

16 maggio 2017

9780553447088_0_0_300_80In attesa che esca il libro colla versione di Hillary di cui si parla qui, la lunga fase di analisi della sconfitta democratica alle presidenziali statunitensi del novembre 2016 con la vittoria di Donald Trump può iniziare da Shattered – Inside Hillary Clinton’s doomed campaign di Jonathan Allen ed Amie Parnes (al loro secondo libro su Clinton).

Nato da interviste anonime con membri dello staff clintoniano (e quindi con il facile sospetto di essere a tratti frutto di ‘giornalismo creativo’, come i retroscena della politica italiana o i libri di Bruno Vespa, con tanto di pensieri attribuiti ad alcune persone), individua le cause del tracollo della candidatura di Hillary in primis nella superficialità con cui fu, dal marzo del 2015, affrontata la questione del server privato, nella costante preoccupazione per una possibile candidatura di Joe Biden rispetto alla reale candidatura di Bernie Sanders e nell’incapacità di intercettare l’elettorato maschio e bianco di posti come il New Hampshire (“after having been the candidate of the white working class in a 2008 race against a black opponent, she was becoming anathema to them“).

Poi ci sono divertenti aneddoti (come quando Hillary voleva farsi intervistare da Bianna Golodryga e si trovò intervistata da Brianna Keilar) ed un senso di scoramento generale, considerato che ora ci ritroviamo con questo buffone che per farsi bello condivide informazioni sensibili colla Russia

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