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istanbul, not constantinople

1 settembre 2017

9788817028288_0_0_300_75Ogni tanto questioni puramente accademiche escono dai confini loro naturali ed entrano nel dibattito pubblico, di solito finendo in caciara, cosa che non fa bene a  nessuno.

Ho vaghi ricordi di ‘polemiche’ legate al Libro nero del comunismo (Mondadori, 1998) cui seguirono, a livello di litigi da asilo, altri testi a fare da pendant (ed esiste un Libro nero del festival di Sanremo), e non fatemi parlare di Black Athena, mentre quest’estate la ‘polemica’ ha riguardato un cartone animato della BBC (!) sulla Britannia romana in cui si sono viste delle persone di colore ed un’ammirevole studiosa è stata brutalmente attaccata su twitter per aver banalmente notato che, sì, il mondo romano presentava etnie differenti al suo interno, anche in ruoli di potere, per cui il cartone animato era storicamente attendibile nella sua raffigurazione di un ufficiale militare di colore.

Mutatis mutandis, solo ora mi sono aggiornato su una polemica di quasi dieci anni fa, legata ad Aristotele contro Averroè di Sylvain Gouguenheim (Rizzoli, 2009), un testo che cerca essenzialmente di dimostrare che il contributo del mondo islamico alla conservazione/trasmissione del patrimonio culturale greco (Aristotele e testi di medicina o matematica, essenzialmente) fu pressoché nullo, contrariamente alla vulgata storiografica tradizionale (quella per la quale ricordo chiaramente di aver citato nella mia tesi di laurea la versione araba della Poetica di Aristotele, per dire, o quella per cui Dante colloca nel limbo di Inferno IV Avicenna ed Averroè a fianco di Euclide e Galeno).

La polemica ebbe una specifica declinazione italica, intanto per la scelta del titolo da parte di Rizzoli (“Aristotele contro Averroè” non è proprio sensatissimo, visto che il secondo è commentatore del primo; il titolo originale era Aristote au Mont-Saint-Michel, in quanto il blocco centrale del libro è dedicato a Giacomo Veneto che nel monastero francese tradusse quasi tutto Aristotele dal greco al latino – non benissimo, va detto – prima che apparissero le prime traduzioni arabe, spesso mutuate dal siriaco), ed ancor di più quella del del sottotitolo, un “come cristianesimo e Islam salvarono il pensiero greco” che immagina una felice concordia salvifica rispetto all’originale francese “les racines grecques de l’Europe chrétienne” che va propria da altre parti, cosa che portò immediatamente persone non molto equilibrate a gridare al complotto eurabico (più ragionevole Franco Cardini).

Letto ora, il libro resta certamente interessante nei primi ⅔, per poi farsi militante nell’ultima parte (col suo discorso sulle “radici”) e, più che ‘politicamente scorretto’, si rivela ‘storicamente superficiale’,  come capita ogni volta che dal particulare (la certamente significativa esperienza di Giacomo Veneto) si tenta di individuare dei paradigmi di carattere generale, il che è un peccato.

 

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