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il buon medico è anche filosofo

28 luglio 2016

copj170.aspPuò risultare strano trovare l’aggettivo “nuovi” davanti agli Scritti autobiografici di Galeno, considerato che è morto all’inizio del III secolo dC.

Ma nel 2005, a Salonicco, è stato trovato un manoscritto del XV secolo che ha permesso di completare il testo di alcuni scritti dell’autore e soprattutto ha fornito l’unica versione greca di un trattato di un certo interesse, testi che il buon Mario Vegetti ha tradotto in italiano e commentato con la solita cura.

Galeno (che abbiamo imparato a conoscere qui), originario di Pergamo, fu, con Ippocrate, il medico più famoso dell’antichità, attivo alla corte di Marco Aurelio ed autore di una valanga di testi, di cui si sono conservati (talora in versione araba o latino) solo le opere di carattere medico e non quelle di interesse filosofico (Galeno dedicò il suo tempo alle principali correnti filosofiche dell’epoca: platonismo, aristotelismo, stoicismo ed epicureismo) e letterario (pare aver curato lessici dei comici, scritto pagine importanti sull’atticismo etc. ) – fu l’ultimo a ritenere che la formazione del medico dovesse essere più ampia possibile.

Dei quattro scritti qui raccolti, due (L’ordine dei miei libri ed I miei libri) sono (unicum nella storia letteraria classica) una sorta di auto-bibliografia in cui Galeno difende la paternità delle sue opere contro falsificazioni e manipolazioni (il diritto d’autore era concetto comprensibilmente ignoto nel mondo antico) e soprattutto delinea, nella prima delle due opere, quello che è essenzialmente un piano di studi di medicina, inventando, in pratica, l’università.

Le mie opinioni è probabilmente la sua ultima opera, in cui ripercorre la sua formazione e chiarisce la sua posizione su temi filosofici (gli dèi, lo status dell’anima) o medici (a differenza di Aristotele che aveva un’impostazione ‘cardiocentrica’, Galeno, arriva, tramite i suoi studi sul sistema nervoso, a collocare nel cervello il ‘motore’ dell’esistenza) ma l’operetta certamente più interessante è l’epistola Sull’imperturbabilità.

Si tratta di una sorta di auto-consolatio in seguito al drammatico incendio romano del 192, nel quale vennero distrutti i magazzini sulla Via Sacra, dove Galeno aveva depositato libri rarissimi (suoi ed altrui; non si esclude la perdita di un De plantis di Aristotele), strumenti chirurgici da lui stesso inventati, documenti, ricette e farmaci costosissimi, una perdita che avrebbe potuto gettarlo nella disperazione più nera che però evitò grazie agli insegnamenti del padre (figura ricordata sempre con stima ed affetto) e ad alcuni ‘esercizi di filosofia’ che gli ricordavano la vacuità dei beni materiali, nonché a citazioni euripidee (dal perduto Teseo; i versi erano comunque già noti da altre fonti), che non stonano mai:

Per parte mia, secondo la lezione appresa da uno dei sapienti,

in mente sempre sciagure mi mettevo,

imponendo a me stesso, esilii dalla patria

e morti premature ed altre vie di mali,

al fine che un male, se mai patirne dovessi uno di quanti immaginavo,

non mi venisse, abbattendosi all’improvviso, a mordere l’anima.

In pratica, immaginiamoci sempre il peggio, così nulla ci coglierà impreparati.

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