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non c’è nulla di più contagioso del male

6 marzo 2012

L’ultimo film di Pier Paolo Pasolini (che oggi avrebbe compiuto 90 anni ma che resta perennemente attuale) è il primo di un’incompiuta “trilogia della morte”, pensata per fare da pendant alla “trilogia della vita”, in cui, come in Decameron, il sesso è giososo, vitale e profondamente umano.

Ugualmente umano, drammaticamente umano, è Salò o le 120 giornate di Sodoma, una gigantesca metafora del Potere, qui incarnato in quattro “signori” che, mentre l’Italia è in una delle pagine più cupe della sua storia, rapiscono adolescenti di ambo i sessi e li rinchiudono in una villa che diventa da subito il teatro di una cupa discesa agli Inferi (Pasolini divide il film in un antinferno ed in tre gironi danteschi), fatta di violenza, coprofagia, abiezione, senza riscatto o speranza (“la speranza non esiste”, dice Pasolini negli essenziali documentari presenti nel dvd), che è poi il modo in cui il regista vedeva l’Italia degli anni ’70 nei suoi scritti più famosi.

Uno dei film più sconvolgenti che abbia mai visto, e sono due giorni che canticchio Master and servant dei Depeche Mode:

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