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il giorno della memoria

6 febbraio 2022

In uno dei due lati “corti” del Foro Romano si innalza l’arco di Tito, che celebra la vittoria del figlio di Vespasiano (che sarebbe salito al trono anni dopo) sulla ribellione ebraica che infiammò la Giudea per diversi anni e che fu faticosamente domata dai Romani, senza che quell’area trovasse pace definitiva (ci sarebbero state altre ribellioni, delle quali la più nota fu sotto Adriano – e non è che oggi sia proprio un’area serenissima, diciamo).

A quella guerra Giovanni Brizzi ha dedicato un corposo volume (70 dC – La conquista di Gerusalemme), prendendola un po’ da lontano (si inizia con le vicende del II secolo aC, quando gli Ebrei si ribellarono alla dominazione dei Seleucidi con l’appoggio – in realtà solo nominale – dei Romani, impegnati in quegli anni ad espandersi verso Oriente) e mostrando come i rapporti dei Romani con il popolo ebraico ebbero sia momenti di aperta opposizione (come quando Pompeo violò il sancta sanctorum del Tempio) sia di proficue alleanze (fu Cesare a rendere l’ebraismo religio licita dopo l’appoggio ottenuto nelle campagne d’Egitto), a seconda anche dell’atteggiamento del princeps di turno (diciamo che il farsi considerare un dio da Caligola non fu proprio ben visto dai locali) o degli orientamenti dominanti all’interno del mondo ebraico (spesso scisso fra, per usare termini moderni, “moderati” e “fondamentalisti”).

La guerra vera e propria ha inizio nel 66 dC (causata da una non limpidissima gestione economica da parte del governatore Gessio Floroi. e. aveva rubato il tesoro dal Tempio), quando ancora regnava Nerone, di cui Vespasiano (e poi il figlio Tito) era generale, e, cosa che andrà avanti per tutta la storia successiva, vide gli Ebrei impegnati contemporaneamente nella lotta contro i Romani ed in massacranti guerre civili/religiose fra di loro, letteralmente mentre la città era assediata.

Il grande problema per gli storici che affrontano queste vicende è che – tranne alcune tracce archeologiche – l’unica fonte diretta è per noi Giuseppe Flavio, uno scrittore che aveva, direi, tradito i suoi per passare dalla parte dei Romani (è per questo che divenne ‘Flavio’) e che (oltre a scrivere in un greco un po’ bizzarro) tende ad esagerare quasi tutto quello dice, per cui Brizzi è costretto un bel po’ di volte a non dargli molto credito (molto si è discusso, ad esempio, sul suicidio dei ca. 1000 assediati a Masada) per ricostruire, con qualche attendibilità, un lungo conflitto (ufficialmente concluso con la distruzione del Tempio, che pare più essere stata un incidente che un ordine di Tito, eh).

Fra le righe del lungo racconto, Brizzi lancia molti spunti interessanti per riflettere sul modo in cui i Romani si trovano essenzialmente in difficoltà ad affrontare un nemico che tende ad evitare lo scontro in acie ma che pratica quella che noi chiameremmo guerriglia (il latino non ha un termine specifico per il fenomeno, ed usa l’ingannevole latrones, che ha a che fare anche con il semplice banditismo), tutti i presi a praticare un rigido ius belli basato sulla fides, col risultato che spesso i “creduloni” risultano i Romani stessi.

Forse da snellire, ma è comunque un saggio notevole.

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