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che poi si dovrebbe dire “vertere”

2 agosto 2021

Stefano Ondelli osserva che, per quanto il 21,6% dei titoli pubblicati nel mercato librario italiano sia composto da traduzioni, queste coprono più del 33% delle tirature (e oltre il 40% dei libri per ragazzi sono traduzioni); aggiungendo poi che la gran parte della produzione televisiva/cinematografica è comunque doppiata, pare evidente che buona parte del consumo culturale italiano avvenga in traduzioni (per lo più dall’inglese).

E dunque direi opportuno vedere se esiste un “traduttese“, analogo al “versionese” che parla chi ha fatto il classico (usando un numero spropositato di gerundi composti per rendere il genitivo assoluto o il cum e congiuntivo, costruendo finali sempre con affinché e mai con per, credendo davvero che esistano i “fanciulli” e simili – e questo anche se non aveva il Rocci, eh), cui Ondelli ha dedicato appunto L’italiano delle traduzioni, chiedendosi se e come questo “traduttese” si rifletta poi nell’italiano dell’uso medio.

La questione ovviamente è complessa ed il libro sfiora la superficie di un ambito di studi di cui ignoravo l’esistenza, ma alcuni punti paiono abbastanza conclamati, magari anche dovuti alla fretta dei traduttori di consegnare in tempo testi di consumo non particolarmente curati, sia in campo lessicale (“realizzare” nel senso di “capire, rendersi conto” calca l’inglese realise, tutto il trionfo dei “paramedici” per indicare gli addetti al primo soccorso etc. ) sia sintattico (pare che la diffusione della costruzioni stare + gerundio sia ispirata da be + –ing inglese) sia pronominale (inglese, tedesco e francese richiedono sempre l’espressione del pronome per il soggetto, l’italiano no ma, facendoci caso, si notano nelle traduzioni più pronomi di quanto necessario).

Viene così fuori un italiano un po’ strano (a seconda ovviamente dell’attenzione e cura che ci mette il traduttore) ma che nello stesso tempo ha delle inattese svolte ipercorrettiste introducendo il congiuntivo anche dove in italiano non è strettamente richiesto (“io non so chi voi siate“, anche se “io non so chi siete voi” non stonerebbe).

Discorso a parte meriterebbero le influenze culturali di tale fenomeno (la nostra ormai acquisita familiarità con il Giorno del Ringraziamento, i fuochi d’artificio del 4 luglio, Halloween e simili), come il fatto che dire “Ti amo” abbia un peso effettivo nell’italiano contemporaneo dovuto direi esclusivamente al fatto che quando nei film si dicono “I love you” pare un evento.

2 commenti leave one →
  1. 2 agosto 2021 9:05 AM

    molto interessante. E quel 40% dei libri, cosa diventa in film e televisione? 80% ed è così da quarant’anni.. penso che ci sia una forte influenza, sì.
    Del resto ‘fare sesso’ è la traduzione di ‘to have sex’: trent’anni fa sarebbe stata un’espressione impensabile

    Piace a 1 persona

  2. 2 agosto 2021 9:05 AM

    .

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