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de finibus

28 luglio 2021

Sul destino ultraterreno dell’anima (sempre che esista, eh), già Socrate notava banalmente che le possibilità fossero essenzialmente due: un non essere analogo a quello che precedeva la nascita o una sopravvivenza incorporea, che lui immaginava da trascorrere discutendo con piacere del più e del meno con illustre figure del passato; a questa visione bisogna aggiungere quella più antica (l’aldilà omerico, una sorta di terra desolata percorsa da ombre evanescenti) e quella che immaginava una distinzione fra i “beati” ed i “dannati” (con gli esempi classici di Sisifo, Tantalo etc. ), cui il Medioevo aggiunse (inventandolo di sana pianta) un posto intermedio per quelli che dannati non erano ma che dovevano purificarsi per dirsi beati.

Questo ipotetico “paradiso” finì, nel I secolo aC, con l’avere curiosi connotati ‘politici’, come nota il sempre attento Mario Lentano ne Il paradiso e l’ inferno degli imperialisti (liberlibri, 2015), a partire dalla concorrenza delle due principali correnti filosofiche diffuse a Roma a quei tempi; da uno parte c’era lo stoicismo, che ben si adattava al mos tradizionale, fatto di autocontrollo e ragion di stato (la contrapposizione fra razionale ed irrazionale portava facilmente a giustificare filosoficamente l’imperialismo romano come necessario bisogno di ordine rispetto al barbarico ed al selvaggio), dall’altra l’epicureismo, fatto di individualismo e ricerca del “piacere” (anche se inteso non come sfogo edonistico eh) e che in modo particolare proponeva due cose che assai poco piacevano ai Romani: il disimpegno dalla vita politica in quanto fonte di turbamento e la negazione dell’immortalità dell’anima, fatta, come tutto, di atomi, e destinata a disintegrarsi in punto di morte.

Per quanto lontano dall’essere rigidamente stoico, Cicerone certamente detestava l’epicureismo e nel De re publica costruisce un celebre episodio (il Somnium Scipionis) tutto teso a dimostrare che, sì, l’anima è immortale e soprattutto, per quanti si sono impegnati nella vita politica (“hanno preservato la patria, l’hanno soccorsa, l’hanno accresciuta“), esiste un Paradiso (“un luogo prestabilito nel quale felici godranno per l’eternità“); da tutt’altra parte il contemporaneo Lucrezio, che nel De rerum natura presenta la teoria epicurea, smontando tutto l’apparato ideologico della vita ultraterrena.

I richiami fra i due testi (a partire dalla presenza in entrambi di uno Scipione, in Cicerone atteso in questo luogo paradisiaco, in Lucrezio presentato come scheletro senza vita, quale “l’ultimo degli schiavi”, famul infimus) portano Lentano ad ipotizzare che uno sia risposta all’altro (il quadro cronologico non permette di capire chi stia rispondendo a chi) ma immagina anche, ed è la parte più intrigante del breve ma denso saggio, che l’eco della questione sia proseguito anche nelle generazioni successive, con Virgilio (nell’Eneide ormai integrato al sistema) da una parte ed Orazio (che si definisce un maialino del gregge di Epicuro) dall’altra, tramite un vivace gioco di richiami testuali (il celebre invito di Anchise ad Enea in Aen. VI 851 a regere imperio populos sarebbe la polemica risposta virgilio al passo lucreaziano – V 1130 – che usa il sintagma nella stessa sede metrica, mentre Orazio Carmina IV 7 si spinge ad affermare che persino il pater Aeneas non è ora altro che pulvis et umbra), a testimonianza di una polemica decisamente vivace.

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