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that final curtain

4 luglio 2021

Paragonare Donald Trump a Silvio Berlusconi non è mossa particolarmente azzardata (investimenti discutibili, ricchezze create con una certa disinvoltura, imprenditori prestati alla politica, narrazione basata su un improbabile mito del self-made man, ferite gravissime inferte alla struttura sociale del proprio paese etc. ) ma solo vedendo My way mi sono accorto di un’altra caratteristica che li accomuna, cioè l’utilizzo reiterato ad nauseam delle stesse frasi, delle stesse espressioni, delle stesse parole, come un disco rotto, per cui si sa già cosa diranno in ogni singola occasione o rispondendo ad ogni singola domanda.

Si tratta di un documentario costruito intorno a delle interviste di Alan Friedman, nato originariamente con il pieno appoggio di Berlusconi (poi ritirato ad opera finita), in cui quest’ultimo racconta – con parole sue – la sua storia, infarcita appunto delle stesse espressioni, delle stesse gaffe, delle stesse affermazioni deliranti cui ci ha abituato nel suo ventennio, senza che dica nulla – della sua versione o sulla realtà – che già non sapessimo, come un attore che ripete da decenni la stessa parte, senza rendersi conto che il pubblico si è girato dall’altra parte.

Tristissimo, anche perché il pubblico è sempre pronto a nuovi attori, come se nulla fosse stato.

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