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la fan fiction è un’invenzione del Romanticismo

26 agosto 2020

Immagino che nell’Italia pre-unitaria il concetto di “diritto d’autore” fosse alquanto vago, cosa che (come ho recentemente scoperto) permise a Giovanni Rosini di pubblicare nel 1829, spacciandolo con scarsa originalità per un un manoscritto del XVII secolo, un romanzo che sviluppa le vicende di un personaggio minore dei Promessi Sposi.

La monaca di Monza (di cui ho facilmente trovato una ristampa del 1857, a conferma del grandissimo successo che ottenne all’epoca) non è, ahimé, il più grande romanzo italiano mai scritto ma certamente una delle letture più involontariamente divertenti che possano capitare sotto mano.

Inizia subito dopo il rapimento di Lucia, quando Egidio nel giro di poche ore uccide a duello (!) il fratello di Geltrude che aveva scoperto la tresca con la Signora, viene a sapere da don Rodrigo del colpo di scena di metà romanzo (“L’Innominato… dopo una conferenza col Borromeo, non si sa come, si è convertito”, gli scrive, chiamandolo proprio “l’Innominato“) e scopre di essere ancora a rischio da parte dell’Inquisizione (saltano infatti fuori i due principali motivi per il quale Egidio è così cattivo: da adolescente ha letto Ovidio ed è segretamente protestante). Organizza dunque una rocambolesca fuga con Geltrude (la meta è Firenze, non tanto per sciacquare i panni in Arno ma perché storicamente accogliente con l’eterodossia, nota l’autore), durante la quale incrociano fra Cristoforo (!) in cammino per Rimini.

Purtroppo Rosini non è in grado di mantenere questi ritmi ed infarcisce il romanzo di pipponi moralistici che Manzoni riusciva a rendere gradevoli e di episodi (l’intero capitolo VII è la visita di Egidio all’atelier di Pietro Tocca, lo scultore barocco, mentre nel capitolo dopo sempre Egidio discute dell’Orlando furioso con l’anziano Galileo e tacciamo degli intermezzi poetici del Rosini stesso) che non hanno ragione di esistere (ma “il principale scopo dell’Autore fu di presentare drammaticamente lo stato civile, letterario , artistico e scientifico del tempo”, scrive nelle Conclusioni).

A Firenze, comunque, Egidio comincia a trovare un po’ pesante Geltrude (che vuole che lui interceda presso uno Strozzi e da lì presso il papa per fargli annullare i voti presi a suo tempo cosicché possa far di lei una donna onesta) e si infatua di una certa Barbara degli Albizzi (che nulla sospetta) e cerca di sedurla con noiosissime chiacchierate sulla poetica cinquecentesca e mandandole finti madrigali di Tasso (giuro), cosa che si trascina letteralmente per mesi senza risultato alcuno.

Negli ultimi capitoli si riprende il ritmo: Egidio viene raggiunto dai bravi mandati dal padre di Geltrude per ucciderlo (ma viene solo gravemente ferito), arriva il 1630 e con esso la peste (Geltrude finisce al lazzaretto locale, dove ritrova l’odiata (ma innocente) Barbara, sulla falsariga di Renzo e Lucia che incontrano al lazzaretto don Rodrigo, ma sopravvivono entrambe), nel cui racconto Rosini inserisce un aneddoto patetico sul modello della piccola Cecilia.

In un’improbabile svolta sovrannaturale, per riconquistare Egidio Geltrude pensa di ricorrere all’aiuto di una strega (!) ma viene arrestata dal tribunale dell’Inquisizione (!!) che fa due più due e la identifica con la fuggitiva monaca di Monza (!!!), cosa che porta anche all’arresto di Egidio. Mentre lei viene trasferita di monastero in monastero, lui tenta di liberarla ma viene ucciso in uno scontro a fuoco ed alla fine Geltrude racconta tutto ma proprio tutto al cardinal Borromeo, che non manca di fare una dura reprimenda al di lei padre (che nel frattempo, perché la Provvidenza in Rosini ci va giù pesante, aveva perso figlio, moglie, nuora e nipoti – uno di vaiolo ed uno di peste).

E, per tornare ai Promessi Sposi, “la sciagurata, caduta in sospetto d’atrocissimi fatti, era stata, per ordine del cardinale, trasportata in un monastero di Milano; che lì, dopo molto infuriare e dibattersi, s’era ravveduta, s’era accusata; e che la sua vita attuale era supplizio volontario tale, che nessuno, a meno di non togliergliela, ne avrebbe potuto trovare un più severo” (cap. XXXVII).

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