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his eyes looked like a factory about to be shut down

25 agosto 2020

A meno di non dare per scontato che una percentuale inquietante di elettori statunitensi sia composta da persone seriamente disturbate, si devono cercare le ragioni del successo elettorale di Donald Trump (ed omologhi internazionali) in meccanismi molto più complessi, che hanno avuto inizio dalla crisi economica del 2008 o che in generale afferiscono ai cambiamenti nel mondo del lavoro, con annessa globalizzazione.

Un buon punto di partenza può essere un documentario (prodotto dalla Higher ground, cioè dai coniugi Obama) come Made in USA – Una fabbrica in Ohio (American factory, Netflix 2019) che racconta di una fabbrica statunitense, chiusa dalla General Motors e riacquisita da una società cinese che produce vetri per automobili, con la promessa di dare lavoro agli operai a suo tempo licenziati (non credo che il diritto del lavoro americano preveda cose come la “cassa integrazione” ed il film è brutale nel descrivere come le aziende – non solo quelle cinesi, eh – si diano da fare per impedire la ‘sindacalizzazione’), affiancandoli a colleghi cinesi, più o meno forzatamente emigrati.

Con un certo candore il documentario segue le aspettative di alcuni lavoratori, le difficoltà del capitalismo di Stato nel lavorare in un paese che prevede qualche regola (le questioni di sicurezza sono state oggetto di sviluppi legali ed i cinesi avevano qualche difficoltà ad accettare giornate lavorative di ‘sole’ 8h e ben 8 giorni di riposo al mese) e sfiora anche le questioni culturali/linguistiche, non essendo l’Ohio un tipico melting pot.

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