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latin slang

17 agosto 2020

Non penso basterebbero 10 anni per leggere seriamente An anthology of informal latin, del sempre dottissimo JN Adams.

Il volumone si presenta come la raccolta di cinquanta testi (che spaziano per più di un millennio, da cose di Ennio a trattati medievali sui falconi), scelti come rappresentativi dello sviluppo linguistico del latino ‘informale’, cioè non marcatamente letterario (si può ovviamente discutere di quanto vi sia di non letterario in autori come Plauto), affiancati da un commento linguistico che ha del meraviglioso, anche solo a scorrerlo rapidamente.

Dopo un esempio di prosa enniana (dall’Euhemerus, tramandatoci da Lattanzio) ed alcuni passi di Plauto e Catone, le cose si fanno subito interessanti con una defixio di età repubblicana (una sorta di maledizione che affida alle ‘cure’ di Proserpina un certo Plotius), la lettera di un soldato da Qasr Ibrim (!), documenti legali, graffiti di Pompeii ed altre defixiones (trovate vent’anni fa a Mainz, che tra l’altro confermano quanto il Satyricon di Petronio sapesse imitare il latino sub-standard delle classi più basse).

Ci sono ovviamente le lettere di Vindolanda e quelle di Claudio Terenziano (un veterano di stanza in Egitto che corrisponde col padre, ora in greco ora in latino e che scrive direttamente con per cum, costruendolo tra l’altro con l’accusativo), nonché un passo della Passio Perpetuae ed il mosaico tunisino che sta in copertina (e descrive una scena di venatio).

Giunti al quarto secolo, c’è un trattato di veterinaria di un certo Pelagonio (come il 99% della medicina antica, la soluzione per tutto è il salasso, per cui usa il tecnico sanguinem mittere ma anche sanguinare) ed un’affascinante lettera ad Agostino di un certo Publicola, che sembrerebbe essere un proprietario terriero del nord Africa, preoccupato che il paganesimo di alcuni Berberi (iurantes per daemones suos) ‘inquini’ (coinquinare) le messi ed i raccolti per il cui trasporto vengono impiegati e si mostra turbato da vari dubbi teologici (può il Cristiano andare alle terme usate dai pagani? comprare verdura coltivata dai pagani?). La lettera di Publicola è scritta in un latino decisamente vicino alle lingue romanze (ad esempio la costruzione dico + quod/quia), mentre la risposta di Agostino (Ep. 47) vola alto (usando il classico accusativo + infinito), malgrado di solito il santo affermi che è importante adattarsi al linguaggio delle persone più umili (a proposito delle due costruzioni, la sempre intrigante Historia Apollonii tende ad avere dico + quia/quod nel riportare i discorsi diretti, mentre il narratore usa di norma accusativo + infinito – un notevole tocco di realismo).

Per restare in ambito cristiano, oltre ad un interessante confronto del testo giovanneo (6 51-69) in un codex della Vetus Latina e nella Vulgata, ci sono due passi della Confessio di san Patrizio (con lunghe note sull’origine del suo latino, più libresca e biblica che altro, secondo Adams), un Itinerarium del VI secolo che racconta un pellegrinaggio in Terra Santa ed un Dialogus di Gregorio Magno. Particolarmente interessanti sono infine le due redazioni degli Annales Regni Francorum, delle quali una è brutalmente ‘volgare’ e l’altra pare scritta nel I secolo aC.

Per quanto la scelta dei testi sia dovuta essenzialmente ad elementi linguistici (come comodamente approfondiscono le Final conclusions, pp. 639-657) che dimostrano una lingua storicamente più “viva” che “morta” (demonstratives do not always conform to the rules of modern grammar book… standardisation of gender was never fully achieved except in the idealised world of grammar books), è un piacere scorrere questa antologia, anche solo come testimonianza di una quotidianità di cui si sente spesso la mancanza in una lingua “perfetta”.

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