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coming out of the kitchen

17 agosto 2019

9780674003477_0_221_0_75Incuriosito dal breve scritto latino di Boccaccio sulle Canarie, ho pensato bene di leggere qualcosa dei letterati italiani che (con l’eccezione di Dante, che quando scrive la Commedia mi pare consapevole di entrare nella storia della lingua italiana) hanno per lo più cercato fama e gloria non nelle opere in volgare ma proprio in quelle in cui imitavano, in latino, gli autori classici.

Restando dunque a Boccaccio, ho visto che ad Harvard (dove hanno tutto un centro dedicato al nostro Rinascimento ed una bellissima collana di classici dell’epoca) hanno pubblicato De mulieribus claris, in cui, ispirato dal De viris illustribus di Petrarca (vir insignis et poeta egregius, preceptor noster, praef. 1), decide (siamo intorno al 1361) di comporre brevi medaglioni biografici di donne celebri (in tutto 106), parafrasando in pratica gli autori classici (Ovidio, Livio, Valerio Massimo etc. ).

Il testo latino (che riprende l’edizione di Vittorio Zaccaria del 1967) si basa su un manoscritto dello stesso Boccaccio (da qui la grafia medievale: michi per mihi, micto per mitto, –e al posto di –ae etc. ) ed ha avuto notevole fortuna in tutta Europa fino all’avvento della stampa, per poi risultare meno noto al grande pubblico, forse anche per toni moralistici oggettivamente pesanti (tutta la storia di Medea, per dire, si conclude con un pippone su quanto gli sguardi lussuriosi possano rovinare le ragazze di buona famiglia).

Si parte non ab Iove ma ab Eva parente prima e qualche spazio è dedicato alle divinità pagane (Rea, Giunone, Cerere, Minerva, Venere ed Iside), le cui vicende sono definite ridenda potius quam credenda, per passare poi alle eroine del mito, le cui storie sono narrate con un certo scetticismo ed un diffuso razionalismo (più che da Giove trasformato in toro, ad esempio, Europa sarebbe stata rapita da dei Cretesi e portata su una nave cuius albus taurus erat insigne), e a figure più o meno storiche (Sofonisba, Lucrezia, Virginia etc. ), tutte accomunate dall’aver ottenuto fama, per lo più perché caste e pure (ma vi sono anche exempla negativi, come la Sempronia di cui parla Sallustio, o Cleopatra, la cui pagina pare uscita dalla propaganda di Ottaviano).

Solo in un paio di ritratti si ritrova lo spirito propriamente ‘boccaccesco’, nei casi di Flora (la prostituta che finì con l’essere considerata una santa donna, quasi un Ser Ciappelletto femminile) e Paolina (il cui amante si spaccia per Anubi allo scopo di farle tradire il marito).

La centesima donna trattata è Zenobia, regina di Palmira, alla cui biografia seguono quelle di sei donne di età post-classica (la papessa Giovanna!) – nella conclusio Boccaccio nota che sono solo sei perché, al giorno d’oggi, dice, il numerus delle donne degne di nota è perrarus.

L’autore stesso pare ondivago nel valutare le donne, per lo più procedendo con gli intenti moralistici di cui sopra ma ogni tanto riconoscendo piena dignità alle capacità femminili – chiude il ritratto della poetessa Cornificia, ad esempio, affermando che le donne si convincono da sole di essere nate ad amplexus hominum et filios concipiendos alendosque quando invece, se solo si applicassero, avrebbero anche loro le capacità quae gloriosos homines faciunt…

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