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funere acerbo

13 agosto 2019

61Hr3-Nam2L._SX363_BO1,204,203,200_Oltre ad aver posto fine al potere temporale della Chiesa, la breccia di Porta Pia del 1870 ebbe anche inattese conseguenze archeologiche, in quanto, nei lavori di restauro delle mura stesse, venne fuori una necropoli romana, inglobata poi da Aureliano nella cinta muraria dell’urbs, che ci ha restituito la tomba di una Cornelia, il mausoleo di Lucillio Peto e soprattutto il monumento funebre di un certo Quinto Sulpicio Massimo, eccezionale per il suo contenuto epigrafico.

Come racconta Svetonio nella Vita di Domiziano  4 4-5, nell’86 dC il princeps organizzò, in onore di Giove Capitolino, dei certamina sia sportivi sia poetici (i cui vincitori ricevevano una corona d’alloro sul Campidoglio, cerimonia restaurata in età umanistica ad esempio per Petrarca). Il certamen prevedeva una gara di composizione greca – nella terza edizione, nel 94 dC, parteciparono in 52, in cui i concorrenti dovevano improvvisare (!) dei versi (!!) su un argomento sorteggiato (!!!).

Vi partecipò un bambino prodigio, l’undicenne Sulpicio, e come tema gli toccò il rimprovero di Giove ad Apollo per aver affidato il carro del sole all’inetto figlio Fetonte ed il fanciullo – che aveva chiaramente letto le pagine di Ovidio delle Metamorfosi e forse anche il per noi frammentario Fetonte di Euripide – produsse una quarantina di versi (definiti ‘legnosi’ dalla critica, ma voglio vedere voi, ad improvvisare esametri in greco ad undici anni, suvvia), più o meno fedelmente riportati sul suo monumento funebre, insieme ad altri due epigrammi greci in distici elegiaci e ad una laudatio funebris.

Eh, sì, perché ad 11 anni, 5 mesi e 12 giorni, il piccolo Sulpicio trovò la morte per “malattia e stanchezza” (da qui l’idea che sarebbe mancato per il ‘troppo studio’) ed i genitori – probabilmente non molto ricchi se non addirittura di origine servile (la madre si chiama Licinia Ianuaria, cioè ‘portinaia’) – vollero comunque onorarlo come poeta, commissionando un monumento che lo ritraesse immaginato adulto (con tanto di toga virilis), in mezzo ai versi della sua opera poetica.

La storia di Sulpicio è raccontata in Quintus Sulpicius Maximus – Il sepolcro del poeta fanciullo (Arbor sapientiae, 2017), che offre testo e traduzione di tutta l’iscrizione, nonché copia anastatica dell’editio princeps del 1871 (con versione latina dei testi greci) e che è davvero un libretto prezioso (malgrado qualche refuso – l’Ausono di p. 21 sarà Ausonio, ovviamente).

Copia del monumento è ancora oggi dalle parti di piazza Fiume, mentre l’originale sta qua.

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