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aere perennius

7 agosto 2018

9788843070039_0_0_300_75Dovessimo prendere un solo poeta per secolo, l’Ottocento è ben tutto di Leopardi (che, volendo, si prende pure gran parte di Novecento, con i suoi echi in Montale), di cui ho con malinconico piacere riletto i Canti, nella nuova edizione di Andrea Campana (Carocci, 2014) che ne ricostruisce la vicenda editoriale e ne offre denso commento.

L’attenzione del curatore per le varie edizioni del liber leopardiano trova concretezza nel ricostruirne una sorta di plot (p. 19), in parte accostabile al molto più complesso lavoro petrarchesco del Canzoniere, nel senso che fu Leopardi stesso ad organizzare la sua materia poetica, con scelte – evidentemente consapevoli – di spostamenti, aggiustamenti, richiami interni e bruschi accostamenti.

I primi cinque testi (propriamente Canzoni) sono dunque caratterizzati da “entusiasmo giovanile, sfiducia nell’uomo e fede nella natura” (il ‘pessimismo storico’ dei libri delle medie, ad occhio) e comprendono testi patriottico-educativi (tipo Nelle nozze della sorella Paolina, cui un po’ incongruamente presenta la figura della vergine Virginia che il padre uccide per evitare finisca oggetto della lussuria di un perverso decemviro – scopro che il matrimonio comunque non si fece, perché il promesso sposo non era così ricco come pareva ed alla fine Paolina morì zitella, eh) e patriottici tout court (Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai e la bistrattata canzone del ’18, All’Italia, che Niccolò Tommaseo massacrava con acerbità – “un verseggiatore moderno, che per la patria diceva di voler incontrare la morte… la bravata appare non essere che retorica pedanteria”).

Il primo punto di rottura (“prima crisi interiore, sfiducia nell’uomo e nella natura”) è rappresentato dal Bruto minore, il cui suicidio non è visto, à la Catone, come rivendicazione di libertà repubblicane ma come attestazione della “impossibilità storica della virtù” e come assunzione di una consapevolezza che accompagnerà a lungo Leopardi, fino almeno al Dialogo di Plotino e di Porfirio del 1827, quella cioè che “il non-essere è per l’uomo moderno preferibile all’essere”. In questa sezione (VI-XVIII) appaiono testi stranoti ma non per questo meno emotivamente devastanti (Ultimo canto di Saffo, Il passero solitario, L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna).

Per Campana il testo che fa da spartiacque nel liber è l’epistola in versi (che fa tanto settecento) Al conte Carlo Pepoli (il XIX dei canti, del marzo 1826), in cui la risposta al tedium vitae (questo affannoso e travagliato sonno / che noi vita nomiam, vv. 1-2) pare essere solo la contemplazione intellettuale (i ciechi / destini investigar delle mortali / e dell’eterne cose, vv. 140-142); da qui inizia una sezione di “rinascita emotiva” (cc. XX-XXV) che culmina in versi celeberrimi (A Silvia, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio – di cui il pedante Pascoli lamenterà l’accostamento rose/viole perché fioriscono in momenti diversi) che sono probabilmente la vetta della poesia leopardiana, se non del suo pensiero (che sarà, direi, La ginestra).

Lasciate per sempre Recanati per FirenzeLeopardi vivrà il fondamentale incontro con Fanny Targioni Tozzetti, protagonista di un ciclo di cinque testi che il poeta però non dispone tutti insieme (Consalvo appare ben prima) e che Campana divide fra “rinascita emotiva” (Il pensiero dominante – in cui Leopardi fa i conti con la tradizione stilnovista e Amore e morte) e “seconda crisi interiore” (cc. XVIII-XXIII, con pietre miliari quali A se stesso, Aspasia ed il Tramonto della luna, nonché la molto discussa Palinodia al marchese Gino Capponi).

Dopo La ginestra, l’ultima edizione dei canti contiene sette testi (Imitazione, Scherzo e vari Frammenti) di difficile collocazione ma che non devono essere tanto considerati marginali quanto integrali al corpus, di cui costituiscono un’appendice di richiami e riprese (ad esempio in Odi, Melisso si parla di una caduta della luna, che pochi canti prima si limitava a tramontare) certamente degna di nota, per indagare ad esempio le radici classiche del pessimismo leopardiano.

Il libro della vita, in pratica.

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