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maturità 2018 – 3

21 giugno 2018

I coraggiosi ggiovani che frequentano il Liceo Classico Europeo si sono trovati davanti ad una prova decisamente più abbordabile – per quanto vi siano le consuete peculiarità – di quella dei loro compagni del Classico tradizionale alle prese con Aristotele, anche perché i due brani proposti (soprattutto quello greco) erano piuttosto noti e frequentati.

L’argomento era un filino splatter (la morte di Cicerone) ed i testi venivano da Plutarco (Vita di Cicerone, 48 2 sgg. ) e da Livio (ma si tratta di un frammento dell’Ab urbe condita citato da Seneca Retore in Suasoriae 6 17, con qualche problema testuale, come vedremo).

Come sempre, data la complessità della richiesta, il tempo a disposizione era di 6 ore (non quattro come al Classico), ma non valeva a pena di sprecarlo nel lungo bignami di storia romana che introduceva i testi:

Dopo l’assassinio di Cesare (15 marzo 44 a.C.), il suo testamento scatenò una situazione di confusione: l’erede universale nominato non era Marco Antonio (83 a.C. – 30 a.C.), come lui probabilmente si aspettava, ma Gaio Ottavio (63 a.C. – 14 d.C.), pronipote di Cesare, da lui adottato ufficialmente come figlio con il nome di Ottaviano. Al momento della morte di Cesare, egli si trovava in Grecia a studiare e, dopo due mesi, tornò a Roma. A Roma inizialmente il Senato fu dalla parte di Ottaviano, influenzato molti probabilmente da Cicerone, il quale sperava di fargli da guida. Nel frattempo Antonio, terminato l’anno di consolato, sarebbe dovuto partire come proconsole in Macedonia, assegnatagli dal Senato con il chiaro intento di allontanarlo il più possibile da Roma; egli però si fece approvare una legge grazie alla quale ottenne la provincia della Gallia Cisalpina, già assegnata però a Decimo Bruto, uno dei cesaricidi. Ne seguì uno scontro armato che culminò nella battaglia di Modena, dalla quale Antonio si salvò a stento grazie all’intervento di Marco Emilio Lepido, seguace di Cesare. Nel frattempo Ottaviano si candidò al consolato ma fu ostacolato dal Senato, perché era troppo giovane e non aveva ancora percorso il cursus honorum. Allora Ottaviano, con le sue truppe accampate alle porte della città, convocò forzatamente i comizi e ruppe con il Senato e Cicerone. Alla fine del 43 a.C. Ottaviano strinse con Antonio e Lepido un’alleanza chiamata secondo triumvirato. In primo luogo i triumviri compilarono liste di proscrizione per eliminare i loro nemici, più di duecento, stabilendo ricompense elevate a chi avesse portato loro la testa mozzata dei proscritti, dei quali venivano confiscati tutti i beni. Tra le vittime fu lo stesso Cicerone, inseguito e ucciso sulla spiaggia di Formia il 7 dicembre del 43 a.C. I due testi proposti raccontano appunto delle ultime ore dell’oratore.

Sono un grande sostenitore della contestualizzazione, ma questa mi pare eccessiva e pressoché inutile (la battaglia di Modena!) per affrontare i brani… anyway, partiamo con Plutarco, il cui brano si apre con Cicerone che si vede raggiunto dal suo assassino, Erennio:

Ὁ μὲν οὖν χιλίαρχος ὀλίγους ἀναλαβὼν μεθ’ ἑαυτοῦ περιέθει πρὸς τὴν ἔξοδον, τοῦ δ’ Ἑρεννίου δρόμῳ φερομένου διὰ τῶν περιπάτων ὁ Κικέρων ᾔσθετο, καὶ τοὺς οἰκέτας ἐκέλευσεν ἐνταῦθα καταθέσθαι τὸ φορεῖον.

Dunque l’ufficiale (sarebbe Popillio, ma è spiegato prima), avendo preso pochi dei suoi con sé, correva all’uscita, quando Cicerone si accorse di Erennio che di corsa avanzava attraverso il giardino ed ordinò allora ai servi di posare lì la lettiga.

Αὐτὸς δ’ ὥσπερ εἰώθει τῇ ἀριστερᾷ χειρὶ τῶν γενείων ἁπτόμενος, ἀτενὲς <ἐν>εώρα τοῖς σφαγεῦσιν, αὐχμοῦ καὶ κόμης ἀνάπλεως καὶ συντετηκὼς ὑπὸ φροντίδων τὸ πρόσωπον, ὥστε τοὺς πλείστους ἐγκαλύψασθαι τοῦ Ἑρεννίου σφάζοντος αὐτόν.

Lui stesso, com’era solito, toccandosi il mento con la mano sinistra, guardava impassibile in faccia i suoi assassini, ricoperto dal sudore e dalla capigliatura e contratto nel volto per le preoccupazioni, cosicché i più si velarono mentre Erennio lo sgozzava (il valore medio del verbo ἐγκαλύψασθαι dovrebbe aver aiutato ad identificare ‘i più’ come soggetto della consecutiva).

Ἐσφάγη δὲ τὸν τράχηλον ἐκ τοῦ φορείου προτείνας, ἔτος ἐκεῖνο γεγονὼς ἑξηκοστὸν καὶ τέταρτον. Τὴν δὲ κεφαλὴν ἀπέκοψαν αὐτοῦ καὶ τὰς χεῖρας, Ἀντωνίου κελεύσαντος, αἷς τοὺς Φιλιππικοὺς ἔγραψεν. Αὐτός τε γὰρ ὁ Κικέρων τοὺς κατ’ Ἀντωνίου λόγους Φιλιππικοὺς ἐπέγραψε, καὶ μέχρι νῦν [τὰ βιβλία] Φιλιππικοὶ καλοῦνται.

Gli fu tagliata la testa dopo che si era sporto dalla lettiga, all’età di 64 anni. Gli tagliarono, su ordine di Antonio, la testa e le mani, con le quali aveva scritto “Le Filippiche”. Infatti Cicerone stesso aveva intitolato “Filippiche” i suoi discorsi  contro Antonio ed anche oggi sono chiamati “Filippiche” – premesso che la seconda frase sa di scolio, i giovani avranno probabilmente tradotto “i libri sono chiamati Filippiche“, non sapendo che le parentesi quadre sono segno di espunzione ma non gliene farei una colpa

Τῶν δ ̓ ἀκρωτηρίων εἰς Ῥώμην κομισθέντων, ἔτυχε μὲν ἀρχαιρεσίας συντελῶν ὁ Ἀντώνιος, ἀκούσας δὲ καὶ ἰδὼν ἀνεβόησεν, ὡς νῦν αἱ προγραφαὶ τέλος ἔχοιεν. Τὴν δὲ κεφαλὴν καὶ τάς χεῖρας ἐκέλευσεν ὑπὲρ τῶν ἐμβόλων ἐπὶ τοῦ βήματος θεῖναι, θέαμα Ῥωμαίοις φρικτόν, οὐ τὸ Κικέρωνος ὁρᾶν πρόσωπον οἰομένοις, ἀλλὰ τῆς Ἀντωνίου ψυχῆς εἰκόνα.

Quando le sue estremità furono portate a Roma, si dà il caso che Antonio stesse tenendo i comizi e che, avendo visto e sentito (quello che era accaduto), gridò che ora le proscrizioni avrebbero avuto termine. Ordinò di appendere la testa e le mani sui rostri della tribuna, uno spettacolo orrendo per i Romani che non ritenevano tanto di vedere il volto di Cicerone quanto un’immagine dell’animo di Antonio;  può darsi che i ggiovani abbiamo avuto qualche perplessità per la virgola dopo ἀνεβόησεν – che mi pare più frutto della filologia tedesca che del senso della frase – ma spero che abbiano colto la bellezza dell’ultima frase, per cui lo spettacolo dei resti di Cicerone lì impalati non rivela altro che la vera natura di Antonio.

Livio racconta più o meno la stessa cosa, ma il focus è più sull’interiorità di Cicerone. Il testo comincia così:

Marcus Cicero sub adventum triumvirorum urbe cesserat pro certo habens id quod erat, non magis Antonio se eripi quam Caesari Cassium et Brutum posse; primo in Tusculanum fugerat, inde transversis itineribus in Formianum et ab Caieta navem conscensurus proficiscitur.

All’insediarsi del triumvirato Cicerone si era allontanato da Roma, dando per certo quello che effettivamente era, cioè che non avrebbe potuto sottrarsi ad Antonio più di quanto Cassio Bruto non avessero potuto sottrarsi ad Ottaviano (o al fantasma di Cesare?). In un primo momento si era ritirato nella sua villa di Frascati, da lì viaggiava verso la sua villa di Formia, per vie traverse, con l’intenzione di imbarcarsi da Gaeta.

Unde aliquoties in altum provectum cum modo venti adversi rettulissent, modo ipse iactationem navis caeco volvente fluctu pati non posset, taedium tandem eum et fugae et vitae cepit,regressusque ad superiorem villam, quae paulo plus mille passibus a mari abest, “Moriar” inquit “in patria saepe servata”.

Da lì, partito più di una volta per l’alto mare, siccome ora i venti avversi lo rimandavano indietro, ora lui stesso non riusciva a sopportare lo sballottamento dell’imbarcazione in mezzo ai ciechi flutti, alla fine lo preso noia tanto della fuga quanto della vita e, tornato alla villa precedente, che dista poco più di mille pass dal mare, “Morirò” – disse – “nella patria molte volte da me salvata” – dubito che Livio fosse lì presente a sentirlo, ma la frase sta tutta nel personaggio, eh.

Satis constat servos fortiter fideliterque paratos fuisse addimicandum; ipsum deponi lecticam et quietos pati quod sors iniqua cogeret iussisse. Prominenti ex lectica praebentique inmotam cervicem caput praecisum est. Nec satis stolidae crudelitati militum fuit: manus quoque scripsisse aliquid in Antonium exprobrantes praeciderunt. Ita relatum caput ad Antonium iussuque eius inter duas manus in rostris positum, ubi ille consul, ubi saepe consularis, ubi eo ipso anno adversus Antonium quanta nulla umquam humana vox cum admiratione eloquentiae auditus;

 

E’ cosa nota che i servi erano pronti a combattere con coraggio e fedeltà; ma lui stesso ordinò di fermare la lettiga e di attendere immobili quello che l’iniqua sorte avesse portato. Mentre si affacciava dalla lettiga e mostrava il collo immobile, gli fu recisa la testa. Ma questo non bastò alla stolta crudeltà dei soldati: gli tagliarono anche le mani, rinfacciandogli di aver scritto qualcosa contro Antonio. Così la sua testa fu portata ad Antonio e per suo ordine fu messa sui rostri fra le due mani, dove quello da console, dove molte volte da ex console, dove in quello stesso anno era stato sentito parlare contro Antonio con tanta ammirazione per la sua eloquenza quanto mai alcun’altra voce umana. Frase spettacolare, per la stolida crudelitas dei soldati, l’anafora dell’ubi e la giustificata iperbole finale. E nell’ultima frase iniziano i problemi. Il testo recitava infatti:

vix attollentes prae lacrimis oculos humentes intueri trucidati membra cives poterant.

Così come è scritto, direi che i cittadini (cives soggetto) a stento potevano, sollevando gli occhi umidi (humentes, ma pare verbo usato per lo più in poesia) per le lacrime, vedere le membra del trucidato (questo participio senza termine di riferimento mi lascia un po’ perplesso). Il problema è che più avanti viene chiesto di mettere a confronto l’ultima frase del testo greco (Τὴν δὲ κεφαλὴν καὶ τάς χεῖρας ἐκέλευσεν ὑπὲρ τῶν ἐμβόλων ἐπὶ τοῦ βήματος θεῖναι, θέαμα Ῥωμαίοις φρικτόν, οὐ τὸ Κικέρωνος ὁρᾶν πρόσωπον οἰομένοις, ἀλλὰ τῆς Ἀντωνίου ψυχῆς εἰκόνα) con questa, che però presenta ora un testo sensibilmente diverso:

vix attollentes prae lacrimis oculos homines intueri trucidati membra civis poterant.

Che è successo? humentes è diventato homines (e quindi il soggetto) ed il nominativo plurale cives è ora un genitivo singolare, col risultato che la traduzione suona un po’ diversa: gli uomini sollevando a stento lo sguardo per le lacrime potevano vedere le membra del concittadino trucidato

In pratica chi ha scelto il brano aveva davanti un testo, chi ha selezionato i passi da confrontare un altro, lasciando lo studente nel dubbio. Pessimo esempio di lavoro di gruppo, direi.

Fra le due versioni mi sembra più convincente la seconda (è vero che humentes sarebbe lectio difficilior ma come dicevo pare attestata in poesia più che in prosa), in modo particolare per la forza di quel civis: la testa lì appesa non è quella di uno schiavo fuggitivo o di un barbaro, ma quella di un cittadino romano, come a dire oggi a lui domani a noi, nell’ottica plutarchea della manifestazione del vero animo di Antonio.

Non avendo (vergogna!) edizioni delle Suasoriae sotto mano non è facile controllare quale sia il testo più affidabile, ma ritrovo queste varianti: vix attollentes (madentes) lacrimis oculos homines intueri trucidati membra civis poterant (thelatinlibrary.com), che credo derivi  dalla teubneriana del 1872 (qua) che in apparato (nell’edizione del 1989) conferma un testo un po’ travagliato (qua).

De qua re videant doctiores, ma sarebbe stato auspicabile che al Ministero si attenessero ad un solo testo, no?

Anyway, i ggiovani dovevano come al solito scegliere di tradurre uno dei due brani e rispondere a delle domande di comprensione, anche (novità!) “citando le righe precise e aggiungendo un eventuale commento” e per finire ‘valutazioni ed osservazioni‘ ricavate da quattro passi paralelli, tra cui spicca l’#epicfail di cui sopra.

A parte quest’errore da dementi (rileggere la prova prima di assegnarla no?), mi pare un bel compito e non troppo difficile…

Ci vediamo l’anno prossimo ;-)!

 

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