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sua maestà il piccone

7 ottobre 2017

9788895124018_0_0_300_75Il vecchio Mussolini urbanista (Laterza, 1979) – ripubblicato una decina di anni fa (Corte del Fontego, 2006) – di Antonio Cederna (archeologo di formazione) resta un libro essenziale per analizzare la schizofrenia littoria, indecisa tra la condanna del “passatismo” e l’esaltazione modernista da una parte ed il culto della romanità e dell’antico dall’altra (su cui questo resta fondamentale).

Cederna mette i lavori urbanistici della Roma fascista (nota di colore: Mussolini confonde parole come urbanistica ed inurbanizzazione) in continuità in realtà con progetti pre-ventennio e con la cattiva gestione della città da parte dei governi post-liberazione, condannando de facto tutta la Roma novecentesca a prodotto di deliri ed inopinate scelte.

Si inizia già nel 1924 con l’isolamento del Campidoglio, ottenuto tramite lo sventramento dei quartieri medievali/rinascimentali/barocchi che lo circondavano e la conseguente deportazione forzata degli abitanti nelle borgate periferiche di Primavalle e Prenestino (una costante dell’epoca) per arrivare al piano regolatore del 1930 (presentato a Mussolini come “svolto sui concetti che Voi stesso, con largo respiro di petto romano e con sintetica lucidezza di mente latina, ci illustraste“), che porterà all’isolamento del Mausoleo di Augusto (ottobre del ’34) ed alla costruzione della Via dell’Impero (che porta da piazza Venezia al Colosseo e che comportò la criminosa distruzione della Meta Sudante, “unico avanzo di fontana monumentale antica esistente a Roma“, e della base del colosso di Nerone, da cui il ‘colosseo’ stesso prende nome), voluta essenzialmente per poterci fare parate militari per la visita di Hitler in Italia.

Non presenti nel piano approvato l’anno dopo sono altre due celebri progetti, quello dello spianamento della Spina di Borgo (il quartiere che circondava piazza san Pietro) iniziato nell’ottobre del ’36 e l’inizio della costruzione dell’Esposizione Universale E 42, che i romani conoscono come EUR (aprile del 1937), lavori interrotti a Fascismo morente e portati a compimento lustri dopo dalla Roma repubblicana degli anni ’50 (ad esempio, i 28 obelischi su via della Conciliazione risalivano a progetti del ventennio ma vennero eretti per l’Anno Santo del 1950).

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Come nota la postfazione di Mauro Baioni, la condanna senza appello che Cederna fa dell’urbanistica mussoliniana risente di un ‘eccessivo schematismo e di un antifascismo manicheo’ ma va inserita in una più ampia riflessione sul disastro ambientale ed ecologico che ha investito il nostro paese (Cederna fu tra l’altro fra i fondatori di Italia Nostra), disastro di cui il Fascismo fu di certo grottesca degenerazione ma non causa prima, in una città che è sempre soffocata da una devastante speculazione edilizia…

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