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darkness is good

30 agosto 2017

4117Wv2Zf3LCorre voce che la celebre goccia che fa traboccare il vaso e che ha portato Donald Trump a licenziare Steve Bannon (che è prontamente tornato a gestire l’ignobile Breitbart) sia stato il fatto che sulla copertina del recentissimo Devil’s bargain di Joshua Green il nome di Bannon appaia prima del suo.

L’aneddoto è divertente, quello che fa paura è che è plausibile.

Questa è stata un’estate terribile, nella quale l’odio (non mi viene parola migliore) ha infestato più che mai il vivere civile, non solo negli Stati Uniti ma anche in Italia: omo/transfobia a go go, razzismo scatenato, rigurgiti neofascisti, misoginia e sessismo ben oltre ogni limite accettabile (per quanto sia difficile immaginare un limite sotto il quale siano accettabili, ma vabbé), degrado totale della conversazione politica e sociale, e non fatemi pensare alla storia dei rifugiati a Roma che mi metto a piangere.

Quest’odio – che si basa su paure (comprensibili?) delle ‘persone comuni’ – è costruito giorno dopo giorno con sapiente maestria da determinate figure mediatiche/politiche che lo fomentano per tornaconto (denaro, potere, fama) o per sincera convinzione (in entrambi i casi mi paiono cose orrende).

L’esempio du jour è quello di un programma di Rete 4, ma ovviamente non è che uno dei tanti.

Negli Stati Uniti abbiamo assistito con orrore ad una manifestazione di neo-nazisti a Charlotteville con il presidente che ne sminuisce la portata in una reductio ad whataboutism (corrispondente locale del nostro “E allora il PD?“), il cui linguaggio difende le ragioni dei neo-nazisti (lo riconoscono loro, mica io), in un contesto in cui siti come il già citato Breitbart costruiscono ad hoc una narrazione avvelenata da un’essenziale mancanza di rispetto per la verità e, direi, l’umanità, che possiamo per facilità mettere sotto l’etichetta di ‘alt-right’ (a rolling tumbleweed of wounded male id and aggresion, scrive Green).

Devil’s bargain, uscito poco dopo l’allontanamento di Bannon dalla Casa Bianca racconta la sua storia (per la serie ‘ad un certo punto siamo stati tutti berlusconiani’, scopro che a a suo tempo, prima di darsi alla politica, si occupò con una sua società di valutare l’asset economico della produzione cinematografica posseduta da Silvio Berlusconi), i suoi rapporti con Trump e la svolta da lui data alla campagna presidenziale per la quale si potrebbe affermare – e qui Trump certamente sarebbe in disaccordo – che Steve Bannon è artefice della vittoria di Trump lo scorso novembre almeno quanto il presidente stesso.

Libro essenziale, per provare a capirci qualcosa.

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