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maturità 2017 – 3

22 giugno 2017

Il Seneca del liceo classico non era né molto impegnativo né particolarmente entusiasmante, mentre, come al solito, il Liceo Classico Europeo ha proposto una prova più interessante (qui il testo ufficiale).

L’episodio si colloca alla fine dell’età monarchica di Roma, quando Tarquinio il Superbo manda i propri figli a Delfi, a consultare l’oracolo, accompagnati da Bruto che, avendo capito l’andazzo della sua vicenda familiare, si finge tonto per non destare sospetti ma, una volta cresciuto, in seguito all’affaire Lucrezia, contribuirà ad abbattere la monarchia, instaurare la res publica e diventare console.

Le due versioni offerte ai ggiovani venivano da Dionigi di Alicarnasso per il testo greco (Antichità romane, IV 69 2-3) e dal buon Livio (a 2mila anni esatti dalla sua morte) per quello latino (Ab urbe condita, I 56) e gli studenti potevano scegliere quale delle due tradurre “in lingua italiana”. Ecco il testo greco ed una traduzione di lavoro:

τήν τ’ αἰτίαν τῆς νόσου γνῶναι παρὰ τοῦ θεοῦ καὶ τὴν λύσιν βουλόμενος συνέπεμψε κἀκεῖνον ἅμα τοῖς μειρακίοις δεηθεῖσιν, ἵνα κατασκώπτειν τε καὶ περιυβρίζειν ἔχοιεν. ὡς δὲ παρεγενήθησαν ἐπὶ τὸ μαντεῖον οἱ νεανίσκοι καὶ τοὺς χρησμοὺς ἔλαβον ὑπὲρ ὧν ἐπέμφθησαν, ἀναθήμασι δωρησάμενοι τὸν θεὸν καὶ τοῦ Βρούτου πολλὰ καταγελάσαντες, ὅτι βακτηρίαν ξυλίνην ἀνέθηκε τῷ Ἀπόλλωνι· ὁ δὲ διατρήσας αὐτὴν ὅλην ὥσπερ αὐλὸν χρυσῆν ῥάβδον ἐνέθηκεν οὐδενὸς ἐπισταμένου· μετὰ τοῦτ’ ἠρώτων τὸν θεόν, τίνι πέπρωται τὴν Ῥωμαίων ἀρχὴν παραλαβεῖν, ὁ δὲ θεὸς  αὐτοῖς ἀνεῖλε, τῷ πρώτῳ τὴν μητέρα φιλήσαντι. οἱ μὲν οὖν νεανίσκοι τοῦ χρησμοῦ τὴν διάνοιαν ἀγνοήσαντες συνέθεντο πρὸς ἀλλήλους ἅμα φιλῆσαι τὴν μητέρα βουλόμενοι κοινῇ τὴν βασιλείαν κατασχεῖν, ὁ δὲ Βροῦτος συνεὶς ὃ βούλεται δηλοῦν ὁ θεός, ἐπειδὴ τάχιστα τῆς Ἰταλίας ἐπέβη, προσκύψας κατεφίλησε τὴν γῆν, ταύτην οἰόμενος ἁπάντων ἀνθρώπων εἶναι μητέρα

“(Tarquinio), volendo conoscere dal dio la causa della pestilenza e la sua soluzione, inviò anche lui (= Bruto) assieme ai suoi ragazzi che lo avevano richiesto” (ammettiamo tranquillamente che questo δεηθεῖσιν era alquanto antipatico) “per poterlo sfottere e prendere in giro. Appena arrivarono al santuario, i giovani ricevettero l’oracolo su ciò per cui erano stati mandati, dopo aver donato al dio delle offerte e dopo aver molto preso in giro Bruto perché aveva offerto ad Apollo un  bastone di legno (ma lui, avendolo scavato all’interno come un flauto, vi aveva messo dentro un ramo d’oro, senza che nessuno se ne accorgesse) ma, dopo ciò, chiesero al dio chi (di loro) fosse destinato a prendere il potere a Roma ed il dio rispose  loro (che ciò sarebbe toccato) a chi per primo avesse baciato la madre. E dunque i giovani, non capendo il pensiero dell’oracolo, si accordarono fra di loro per baciare insieme la madre, volendo tenere in comune il regno, mentre Bruto, avendo compreso ciò che il dio volesse dire, non appena tornò in Italia, caduto in avanti, baciò la terra, ritenendo che questa fosse la madre di tutti gli uomini”.

Il testo di Livio, come vedremo, specifica meglio l’allegoria del ramo cavo ed immagina una meno egualitaria divisione del potere fra gli eredi, ma per il resto è facilmente sovrapponibile al greco, pur offrendo qualche difficoltà in più:

Ex industria factus ad imitationem stultitiae, cum se suaque praedae esse regi sineret, Bruti quoque haud abnuit cognomen ut sub eius obtentu cognominis liberator ille populi Romani animus latens opperiretur tempora sua. Is tum ab Tarquiniis ductus Delphos, ludibrium verius quam comes, aureum baculum inclusum corneo cavato ad id baculo tulisse donum Apollini dicitur, per ambages effigiem ingenii sui. Quo postquam ventum est, perfectis patris mandatis cupido incessit animos iuvenum sciscitandi ad quem eorum regnum Romanum esset venturum. Ex infimo specu vocem redditam ferunt: imperium summum Romae habebit qui vestrum primus, o iuvenes, osculum matri tulerit. Tarquinii ut Sextus, qui Romae relictus fuerat, ignarus responsi expersque imperii esset, rem summa ope taceri iubent; ipsi inter se uter prior, cum Romam redisset, matri osculum daret, sorti permittunt. Brutus alio ratus spectare Pythicam vocem, velut si prolapsus cecidisset, terram osculo contigit, scilicet quod ea communis mater omnium mortalium esset.

“Assumendo apposta l’atteggiamento di uno stolto, permettendo che se stesso ed i suoi beni fossero bersaglio del re, non rifiutò nemmeno il soprannome di ‘bruto‘ ” (che di per sé vale ‘imbecille’), “in modo che, sotto la vergogna di tale titolo, il suo animo liberatore del popolo romano, aspettasse, nascosto, la sua occasione. Questi allora, portato dai Tarquini a Delfi più come oggetto di scherno che come compagno di viaggio, si dice che abbia portato in dono ad Apollo un bastone d’oro chiuso in un ramo scavato, simbolicamente immagine del suo ingegno. Dopo che arrivarono lì, eseguiti gli ordini del padre, entrò nell’animo dei giovani il desiderio di chiedere a chi di loro sarebbe toccato il regno su Roma. Dicono che dalla profonda spelonca giunse una voce: il sommo potere a Roma lo avrà chi di voi per primo, o giovani, darà un bacio alla madre. I Tarquini, affinché Sesto, che era rimasto a Roma, fosse ignaro del responso e quindi escluso dal potere, ordinano che la cosa sia a tutti i costi taciuta; affidano alla sorte chi per primo tra loro due, tornato a Roma, dovesse dare un bacio alla madre. Bruto, ritenendo che la voce della Pizia mirasse ad altro, come se fosse caduto inciampando, diede un bacio alla terra, di certo perché quella era chiaramente la madre comune di tutti”.

Come al solito, in maniera insensata, a chi ha scelto di tradurre Dionigi di Alicarnasso vengono proposte domande di comprensione sul suo testo e a chi ha scelto il latino toccano domande sul testo di Livio (a me continua a parere insensato: sarebbe più logico verificare la comprensione del testo non tradotto, no?). Le domande, la cui risposta è ovvia dopo aver tradotto, erano comunque anche utili come guida alla traduzione/comprensione del testo.

C’erano infine tre passi paralleli da metter a confronto, non di particolare difficoltà.

Di solito all’Europeo i ggiovani tendono a tradurre latino ma questa volta il greco era davvero facilissimo (solo il già citato δεηθεῖσιν risultava un po’ oscuro), mentre il testo di Livio offriva più difficoltà, soprattutto nei primi due periodi, più che altro se ad uno sfuggiva il significato denigratorio di brutus.

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