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n’est pas de l’eau

15 aprile 2017

9788858125212_0_0_300_80Scuola di classe di Roberto Contessi è l’ennesimo pamphlet sulla catastrofe del sistema educativo del nostro paese (copioincollo dall’Introduzione: “promuovere indistintamente e così emettere titoli di studio fasulli… recuperi fittizi durante l’anno… recuperi tardivi a settembre… scrutini farsa dove i voti passano dal 3 al 6… commissioni di maturità compiacenti che acconsentono alla promozione di massa… boicottaggio di prove comuni e test su base nazionale“), un sistema nel quale le condizioni di partenza, ovviamente non uguali per tutti, dividono gli alunni in classi sociali, dove chi conta su una famiglia che ha  titoli culturali ed attribuisce valore all’istruzione va avanti splendidamente, mentre gli altri, che ai tempi di don Milani venivano semplicemente bocciati, vanno avanti uguale (metafora ricorrente del libro è che la scuola non è più ascensore sociale ma semplicemente nastro trasportatore, in cui si entra a 6 anni e se ne esce a 19), ‘graziati’ da un sistema che trova più economico liberarsene senza interrogarsi sui suoi difetti.

Rispetto ad altri testi simili, quello di Contessi ha il pregio di storicizzare il problema, notando ad esempio che – causa boom demografico precedente – la scuola degli ‘anni ’80 avesse davvero troppi alunni per applicare un sistema piramidale che usasse la bocciatura come selezione e l’Università di quel periodo fosse talmente traboccante di studenti da produrre laureati incompetenti, poi finiti ad insegnare senza neanche abilitazione, per colmare una domanda di posti di lavoro in crescita continua (poi c’è stato un forte calo demografico, tuttora in corso, per cui servivano meno insegnanti e, voilà, ecco il precariato storico, ripetutamente sanato dal ministro di turno).

Si resta quindi sgomenti di fronte alla demagogia di chi nei decenni si è trovato a fare il ministro dell’Istruzione (Fiorentino Sullo, che nel 1969 avviò una riforma ‘provvisoria’ dell’Esame di Maturità rimasta in piedi fino al 1997; Mario Ferrari Aggradi, che libera l’accesso all’Università senza una riforma dei piani di studio e crea così l’esercito dei fuori corso; Luigi Berlinguer, che ha pensato bene che la gente potesse fare 5 anni di liceo scientifico con 2 fisso in matematica – così scrive l’autore, mentre a me pare di ricordare fosse stato Francesco D’Onofrio -; Giuseppe Fioroni, che si inventa la cosa dei debiti che ancora ci portiamo appresso, per quanto la legge di suo non fosse così male, ma che è oggi diventata una farraginosa macchina di finti recuperi), gente che non ha praticamente mai pensato ad un progetto di scuola capace di andare oltre l’immediato (e gli annacquamenti alla legge 107 di certo non aiutano).

C’è anche una parte construens, per lo più condivisibile (riformare le classi ogni biennio, magari dopo aver fatto delle serie prove comuni; ragionare seriamente sulla valutazione: se in una scala da 1 a 10 i risultati si concentrano dal 6 in poi vuol dire che la prova non era ben tarata, non che il professore è bravo, cosa che viene messa in dubbio solo se i voti sono dal 6 in giù, ma il discorso dovrebbe essere biunivoco; piantarla colle interrogazioni ‘programmate’; ammettere che un Esame di Stato col 96% dei promossi è statisticamente un monstrum; intervenire sul tempo scuola per un sostegno reale agli alunni in difficoltà, prime vittime del classismo scolastico, etc. ), a tratti meno (a me l’ossessione per le competenze sulle conoscenze continua a mettere i brividi).

E l’autore è certamente più ottimista di me, visto che del film La classe ricorda l’alunna che si è appassionata ad alcuni argomenti dell’anno trascorso e non quella che ricordo io

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One Comment leave one →
  1. 20 aprile 2017 8:26 AM

    Mi sa che non sono mai state fatte riforme serie del sistema scolastico o dell’esame di maturità, sembrano più che altro pezze messe qua e là. Tu da prof lo sai meglio di chi vede le cose da fuori.

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