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letteralmente una metafora

14 dicembre 2016

9780226468013_0_0_300_80A partire da alcuni spunti (qui e qui, ad esempio) mi stavo convincendo di aver elaborato una teoria geniale capace di sconvolgere il mondo filosofico, per poi scoprire che ci avevano già pensato altri (e nel 1980!), precisamente George LakoffMark Johnson, autori di un classico Metaphors we live by di cui condivido praticamente tutto.

L’idea di partenza è che il nostro linguaggio (gli autori partono dall’inglese ma ovviamente il discorso può valere anche con l’italiano, per quanto l’inglese sia più produttivo in quest’ambito) proceda per immagini metaforiche prodotte dalla nostra cultura di cui ne è ineluttabile riflesso, per cui, visto che nella società occidentale l’idea della ‘discussione’ è associata a quella della ‘guerra’, i nostri schemi mentali, parlando di ‘discussione’, sono analoghi a quelli di un conflitto armato (si perde, si vince, si contrattacca, si difendono le proprie posizioni etc. ) o, parlando di tempo, la nostra società capitalistica fa sì che il tempo si perda, si sprechi, si guadagni – e si potrebbe andare avanti per decine di pagine, come effettivamente fanno gli autori, che hanno chiaramente letto PoeticaRetorica di Aristotele.

Le cose si fanno ancora più affascinanti a partire dal cap. 20, in cui si nota che il nostro parlare/scrivere procede in maniera spaziale ed in ordine lineare, per cui più forma = più contenuto (in inglese un dog occupa un certo spazio, più dogs occupano più spazio, una cosa greater è maggiore di una cosa great) e più vicinanza = più effetto (I taught Greek to Harry è meno forte di I taught Harry Greek e d’altronde le persone più vicine a Trump hanno maggiore effetto su di lui); ed ancora, si tende a presentare prima quello che si sente vicino a noi rispetto a quello che si sente lontano (per cui si dice qui e lì ma non lì e quibuono e cattivo e non cattivo e buono, alto e basso e non basso ed alto, ricchi e poveri e non poveri e ricchi).

Un caso particolare di metafora apparentemente valida solo in alcune lingue e non in altre è quella per cui strumento/compagnia si esprimono nello stesso modo –  in inglese con with, in francese con avec, in italiano con con – mentre il latino, ad esempio, parrebbe distinguere chiaramente tra cum + ablativo (complemento di compagnia, Aemilia cum Iulio ambulat) e l’ablativo semplice (complemento di mezzo, milites pugnant gladio, non *cum gladio) – si tratta tecnicamente di due casi diversi, l’ablativo strumentale e l’ablativo sociativo che vuole la preposizione, per lo meno nella lingua alta, perché le iscrizioni di Pompei tramandano un cum collegas in cui l’idea di compagnia non è affidata alla desinenza (che anzi è un accusativo) ma al cum, cosa che mi fa immaginare che un cum gladio non fosse forma così improbabile, se davvero opera la stessa immagine metaforica.

Ad aggiornare il testo è la postfazione (datata 2003), in cui gli autori aggiornano la questione con dotti riferimenti a quanto sviluppato a partire dal loro lavoro nei vent’anni successivi, sempre per dimostrare che la metafora non è questione di parole o di lingua, ma un modo stesso di pensare, che può avere splendide o nefande conseguenze, come chiarì a suo tempo uno splendido articolo dello stesso Lakoff, a proposito della prima guerra del golfo.

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