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le parole per dirlo

11 dicembre 2016

51mm067g6zl-_ac_us160_Avendo già letto un dottissimo saggio sul linguaggio osceno greco, mi è parso opportuno passare al latino, con il datato (è del 1982) ma non per questo poco interessante o meno dotto The latin sexual vocabulary di JN Adams.

Si inizia, ovviamente, con il termine par excellence indicante il fallo (ma in tutto i termini sono 120!), cioè mentula (cui, più nelle iscrizioni pompeiane che in letteratura, si affianca verpa, che sopravvive, curiosamente, nel dialetto calabrese, dove pare che il verpile sia il pene del maiale), parola frequente in Catullo, Marziale e nei Carmina Priapea ma percepita come volgarissima da Cicerone (che evita di usare il diminutivo di pavimenta perché sarebbe pavi-mentula; d’altro canto, afferma pure che si dice nobiscum e non cum nobis per evitare l’assonanza con cunnus, per cui mi pare paranoico); come in tutte le lingue, frequenti sono gli usi metaforici di altri termini (nel suo Cento nuptialis Ausonio va in sovreccitazione ogni volta che Virgilio cita un’arma affilata, e pare pure che la stessa parola penis sia usato in senso metaforico, in quanto originariamente indicava la coda di un animale) che, nel latino medievale, raggiungono vette inattese, come quando nell’Ars versificatoria di Matteo di Vendôme il dattilo (sillaba lunga seguita da due brevi) è spiegato come un pene seguito da due testicoli (!).

Per quanto riguarda i genitali femminili, il vocabolario è meno ricco (domina certamente cunnus), anche se il latino conosce un nome per la clitoride (landica; di contro non pare esistesse un termine univoco per quelle che, con transalato conio latino, noi chiamiamo labia); la relativa povertà lessicale (anche se ci sono svariate metafore agrarie, tipo ager, sulcus etc. ) sarà dovuta alla maggiore familiarità dell’immaginario romano coi falli (usati come simbolo apotropaico) che con le vagine (e la parola vagina in latino è il fodero della spada e molto raramente altro) o con il culus (non particolarmente produttivo in latino rispetto al greco, anche se scopro che anus è in realtà il nome dell'”anello” – anulus è un diminutivo).

La seconda parte del libro è dedicata all’interazione delle suddette parti (The vocabulary relating to sexual acts) che possono dunque produrre un futuere, un pedicare, un fellere, un irrumare ed un lingere e scopro che ci sono due movimenti distinti (crisare e cevére) a seconda che il ruolo passivo sia ricoperto da una donna o da un uomo, oltre ad un ricchissimo campo semantico che accoglie le metafore più disparate o espressioni soltanto allusive che poi arrivano tranquillamente all’italiano, tipo ‘andare a letto con’, ‘stare con’, ‘dormire con’, perché chiaramente i ‘moderni’ non hanno inventato niente…

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