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locus est amoenissimus inter Montem Marium et flumen Tiberim…

21 ottobre 2016

51ptydl2lklImmagino che non molti sappiano (di certo io non sapevo) che nel basamento dell’obelisco del Foro Italico a Roma (quello colla scritta MVSSOLINI DVX), inaugurato nel novembre del 1932 per celebrare il primo decennale della Marcia su Roma, c’è un contenitore in metallo al cui interno trovano spazio alcune monete d’oro – verosimilmente coniate per l’occasione – e dei fogli di pergamena, che gli studiosi chiamamo Codex Fori Mussolini.

Si tratta di un testo non cortissimo (1220 parole), opera di un classicista di non eccelsa fama (Aurelio Giuseppe Amatucci), molto attivo al tempo dell’Istituto di Studi Romani, che, su proposta di Renato Ricci (reduce di Fiume, primo presidente dell’Opera Nazionale Balilla), racconta – in latino – l’ascesa del Fascismo, celebra Mussolini come lumen gentium, esalta l’operato del duce (i Patti Lateranensi, le bonifiche, le corporazioni) e soprattutto il Corpo dei Balilla ed il complesso del Foro Mussolini costruito per offrire all’italica gioventù una sorta di città dello sport e soprattutto essere duraturo memento dell’operato di Mussolini. Il tutto destinato agli archeologi del futuro che, quando del Foro non resteranno che macerie, potranno leggere la storia del Fascismo.

Curioso, per un’ideologia che si definiva imperitura.

Molto è stato scritto sui rapporti tra Fascismo e Modernità e sull’utilizzo di una decontestualizzata “romanità” come collante del Nuovo Ordine promosso dal Fascismo (parafrasando – mi pare – Pasquali, ricordiamo sempre che il Fascismo tentò di ridare un Impero agli Italiani e non riuscì neanche ad insegnar loro il latino), ma è certamente benvenuto il primo studio organico (e la prima traduzione in lingua moderna) sul testo di Amatucci, pubblicato a partire non dal codex vero e proprio (che resta sepolto sotto il Lungotevere) ma da successive ristampe (se ne hanno le tracce di quattro, tra il 1932 ed il 1937): The codex fori Mussolini.

Amatucci si muove a proprio agio nel canone della letteratura latina, cita prontamente Virgilio (magnus ab integro saeclorum nascitur ordo), definisce la Prima Guerra Mondiale con le parole con cui Livio introduce il racconto della Seconda Guerra Punica, adotta un paio di clausole ciceroniane, descrive Mussolini con le parole di Muzio Scevola (et facere et pati fortia Romanum est, sempre da Livio), racconta la storia dell’Obelisco – riuscendo, incredibile dictu, a non citare il fatto che gli Egizi facessero obelischi quando i Romani manco c’erano – attribuendogli un vertice d’oro (cuspide aurea) che in realtà è bronzo placcato, e descrive l’area del Foro Italico con edifici che non c’erano all’epoca e che non sarebbero neanche stati realizzati dopo, complice l’embargo successivo all’invasione dell’Etiopia e lo scoppio della II Guerra Mondiale.

Perché il Fascismo non fu solo un ridicolo tentativo di rifondazione linguistica, ma un’immensa menzogna, per quanto ben costruita e, in questo caso, anche ben scritta.

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