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I, II, III, IV, Very Pet Shop Boys

29 settembre 2016

31TafxKs+sLQuand’ero piccolo, non c’era internet (!) e per seguire la classifica inglese non si poteva fare molto affidamento sulla radio (ricordo che Radio Dimensione Suono trasmetteva la top 40 inglese, ma con un settimana di ritardo), per cui ogni lunedì andavo a Via Veneto, dove c’erano le edicole che vendevano i quotidiani stranieri e compravo il Sun del giorno prima, che riportava per lo meno la top ten.

Fu così, vedendola entrare al #2, che scoprì che i Pet Shop Boys avevano fatto Go West e che qualche settimana dopo sarebbe uscito il loro quinto album, Very (i dischi in Inghilterra uscivano il lunedì, ma in Italia – miracolo – capitava talora che arrivassero il venerdì o il sabato prima, se ero fortunato e se a Messaggerie Musicali di Via del Corso si ricordavano di aprire il pacco), che fu in primis una gigantesca rivoluzione nel packaging, visto che il cd era, tecnicamente, un pezzo di ‘lego’:

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La scatoletta del cd era interamente arancione, c’era – mi pare – un adesivo con i titoli delle canzoni, ma lo tolsi e copia i titoli con un pennarello nero sul retro (scandalo!). La sequenza, che so a memoria, era Can you forgive her, I wouldn’t normally do this kind of things, Liberation, A different point of view, Dreaming of the queen, Yesterday when I was mad, The theatre, One and one make five, To speak is a sin, Young offender, One in a million e Go west – c’era poi, ma non stava scritto da nessuna parte, una hidden track (all’epoca andavano di moda, vedi i Nirvana di Nevermind), che scoprii chiamarsi Postscript.

L’era di Very fu particolarmente lunga (il primo singolo uscì  nel maggio del 1993, il quinto più di 15 mesi dopo) e commercialmente fortunata (il disco entrò al #1 nella classifica inglese) e, per quanto per me siano stati personalmente più significativi Actually (1987), Behaviour (1990) e Bilingual (1996), è certamente un disco importante.

A Very è dedicato un intenso articolo di Chart Rigger e, più recentemente, un curioso libretto di Ramzy Alwakeel, Smile if you dare, che, come riconosce l’autore, è essenzialmente una lettera d’amore a Neil Tennant e Chris Lowe ma anche il tentativo di commentarne il contenuto nel contesto in cui il disco uscì (il sottotitolo è Politics and pointy hats with the Pet Shop Boys) ed i temi che affronta.

Very, per quanto uscito un anno primo del coming out di Neil, è un disco in cui il tema dell’omosessualità è fortemente presente, dalle difficili ammissioni di Can you forgive her a Go west, vecchia canzone con cui i Village People celebravano l’east coast ma ora anche una riflessione sulle speranze delle popolazioni dell’Europa dell’est, dopo il tracollo dell’Unione Sovietica. Cantarla nella piazza Rossa di Mosca è il trionfo del postmoderno:

Dreaming of the Queen evoca il dramma dell’HIV/AIDS e To speak is a sin quello del vivere in the closet mentre I wouldn’t normally do this kind of things, Liberation e One in a million (che nel titolo richiama un omofobico brano dei Guns ‘n’ Roses) sono decisamente più positive:

Vette dell’album sono secondo me Young offender e The theatre; la prima è tutta giocata sul contrasto tra l’attempato narratore ed un più giovane fanciullo (I’ve been a teenager since before you were born), mentre The theatre affronta il tema dei senzatetto con molto più tatto di una Another day in paradise qualsiasi. Qua sotto, al Savoy nel 1997 (c’ero, eh):

Alwakeel è scrittore vivace, forse un po’ troppo compiaciuto di sé (gli inserti narrativi sono assai stranianti) ed alle volte le sue riflessioni sono un po’ azzardate (ad un certo punto nota che se una canzone dei PSB finisce sfumando vi sarebbe traccia di qualcosa di irrisolto), ma è alcune parti sono interessanti (tutta l’estetica del disco e dei video connessi è una sorta di reazione al finto ‘realismo’ della musica grunge) e poi ogni occasione per riascoltare un grande disco è buona…

 

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