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sociomaterialisti vs luddisti

18 agosto 2016

copj170.aspPer fare l’insegnante aggiornato e moderno, mi sono abbonato ad una rivista de il Mulino, Scuola democratica, e l’altro giorno mi è arrivato il primo numero del 2016, dedicato a ‘sociomaterialità in educazione’, cosa che distrattamente pensavo fosse ‘sociomaternità’ – che non credo esista, ma non sapevo neanche esistesse la ‘sociomaterialità’ che sarebbe, spiegano nell’introduzione, “un nuovo interese verso la materialità nell’educazione che invita a considerare gli oggetti, le tecnologie, i dispositivi, gli spazi quali attori non secondari e in alcuni casi come veri e propri ‘protagonisti’ delle pratiche e delle politiche educative e ad analizzare l’azione e la politica educativa quale effetto emergente di un assemblaggio sociomateriale“.

Ho capito subito che non sarebbe stata una lettura facile, confermato nella mia teoria per la quale più le discipline soffrano complessi di inferiorità, più il loro linguaggio si faccia astruso – un articolo su come viene servito il pesce nelle scuole elementari in modo che non sembri ‘pesce’ è presentato come ‘tracciare le connessioni che sono state attivate dalll’introduzione del pesce fresco lungo una catena di pratiche situate nei diversi livelli empirici‘.

Per riprendermi dalla cosa, ho dovuto leggere subito Senza educazione di Adolfo Scotto di Luzio (che fa il pedagogista, ma scrive con lo scopo rivoluzionario di farsi capire) che demolisce, con una punta di demagogia populista, la cosiddetta ‘scuola 2.0’, cioè l’ossessione che da un decennio circa assale chiunque faccia il Ministro dell’Istruzione per l’utilizzo delle ‘nuove tecnologie’ nella scuola, cosa che ad un certo punto ha portato le scuole in cui finivo ad avere la LIM in diverse aule (non tutte), il registro elettronico ed altre amenità, spesso osteggiate da un corpo docente che è sempre stato un filino conservatore.

Il quadro, linguaggio specialistico a parte, che viene fuori da Scuola democratica è deprimente, soprattutto nell’articolo che riferisce delle osservazioni svolte in due scuole sarde (pare che ad un certo punto tutte le classi della Sardegna avessero ricevuto una LIM), in cui la Lavagna Interattiva si è semplicemente trovata a fianco della vecchia lavagna di ardesia senza che ciò producesse alcun miglioramento della didattica (e Scotto di Luzio riferisce di altrettanto deprimenti rapporti ministeriali che ammettono il sostanziale fallimento dell’esperimento o, per lo meno, l’impossibilità metodologica di valutarne i risultati) – ci sono eccezioni in alcune scuole elementari, dove mi pare però che i progetti di ‘sociomaterialità’ siano stati condotti da un corpo docente iperformato in materia e con sensibilità notevolissime, lontane anni luce dalla mia, aneddotica, esperienza, in scuole dove non c’è il wi-fi (no, non sto a Torino), dove metà dei docenti non sa usare il registro elettronico e dove gli studenti scrivono il contenuto delle mail nella riga del subject, per cui mi arrivano (tanto per riaprire la mia battaglia contro i ‘nativi digitali’) mail vuote con titolo “gentile professore le allego la mappa concettuale sulla battaglia di adrianopoli e volevo chiederle se martedì può non interrogare perché abbiamo compito di arte e poi giovedì dobbiamo andare al giardino botanico con quella di scienze”, nella quale poi dimenticano di allegare l’allegato.

Questo solo per dire ad Alfonso Scotto di Luzio che questo paese ha un disperato bisogno di alfabetizzazione digitale e che insegnare ai ggiovani ad usare strumenti tecnologici non vuol dire non educarli, anzi, e ai miei nuovi amici di Scuola Democratica che, se promettono di non scrivere più frasi come “l’enfasi sull’orientamento fa da complemento ai processi di estensione delle leggi di mercato a principio regolativo della vita sociale e che, pertanto, le pratiche orientative rappresentano una tecnologia di disciplina emblematica della governabilità neoliberale“, lotto insieme a loro.

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