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like a machiavellian girl would

24 giugno 2016

copj170.aspA scuola i ggiovani leggono sempre la meravigliosa lettera di Niccolò Machiavelli a Francesco Vittori del 10 dicembre 1513 in cui il segretario fiorentino, ormai in miseria a corte, descrive le sue monotone giornate in mezzo a persone che certamente non apprezza (“pidocchi”, li chiama sobriamente), per poi passare al solenne momento in cui si spoglia di quella veste cotidiana, piena di fango e di loto per indossare i panni reali e curiali e conversare con Cicerone & co. :

… e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

Ho come il terrore che i ggiovani apprezzerebbero di più quello che Vettori scrive a Machiavelli in un’altra lettera:

Né so cosa diletti più a pensarvi e a farlo che il fottere

Lovely.

La citazione viene da un libro che, anche per altro eh, merita, quale l’introduzione a Machiavelli – Filosofo della libertà, in cui Maurizio Viroli smonta i numerosi luoghi comuni che ne hanno intaccato la fortuna (no, Machiavelli non ha mai scritto né pensato “Il fine giustifica i mezzi”) presentandolo invece come un fiero repubblicano (“sono migliori governi quegli de’ popoli che quegli de’ principi”, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio I 58) dotato comunque di un certo realismo, malgrado Guicciardini lo considerasse troppo astratto, e soprattutto ponendo attenzione al capitolo conclusivo de Il principe (in cui l’autore auspica che un principe illuminato possa rissollevare la serva Italia, un tre secoli prima del nostro Risorgimento), che buona parte della nostra critica ha spesso ritenuto un’appendice improvvisata ma che per Viroli è la summa della ‘religione civile’ machiavellica.

Il volumetto ha un ottimo impianto didattico (ogni capitolo si apre con una lunga citazione di Machiavelli ad introdurre il tema, sviluppato poi in maniera concisa ma esauriente) e davvero costituisce una buona introduzione ad un pensatore geniale, sospeso tra modernità (le pagine sull’analisi delle forme di governo, quelle sulla potenzialità del conflitto sociale, le osservazioni sul cristianesimo non ancora ufficialmente protestante – ma gli anni sono quelli –  che anticipano Max Weber) e passato (il nostro credeva fermamente all’influsso degli astri, per dire), cui forse finalmente si comincia a dare e togliere il giusto.

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