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maturità 2016 – 2

23 giugno 2016

Premessa d’obbligo: io ODIO L’ORATORIA GRECA perché non capisco mai cosa voglia da noi l’autore, di cosa stia parlando e soprattutto PERCHE’. Con questo spirito, dopo italiano, ecco il mio tentativo di comprensione/traduzione del brano di Isocrate (che fra i tre oratori canonici più noti mi è sempre parso il peggiore, perché Lisia è oggettivamente facile e Demostene, per quanto più difficile, dice sempre le stesse cose, mentre Isocrate dice QUALSIASI COSA GLI VENGA IN MENTE SU QUALSIASI ARGOMENTO), tratto dall’orazione Sulla pace del 355 aC – del 380 aC secondo corriere.it – (ma mica sulla pace in senso generale, più che altro è un discorso di realpolitik in cui l’oratore passa al partito filomacedone ritenendo ormai esaurita l’esperienza dell’imperialismo ateniese).

Il brano proposto (paragrafi 34-36) è comunque una generica riflessione sulla giustizia e su quanti, preferendo il torto, ne traggono un vantaggio immediato ma prima o poi ne scontano le conseguenze. L’inizio non è inarrivabile, se uno ha ben presente i participi sostantivati (quelli con l’articolo) ed i participi predicativi:

ὁρῶ γὰρ τοὺς μὲν τὴν ἀδικίαν προτιμῶντας καὶ τὸ λαβεῖν τι τῶν ἀλλοτρίων μέγιστον ἀγαθὸν νομίζοντας ὅμοια πάσχοντας τοῖς δελεαζομένοις τῶν ζώων, καὶ κατ᾽ ἀρχὰς μὲν ἀπολαύοντας ὧν ἂν λάβωσιν, ὀλίγῳ δ᾽ ὕστερον ἐν τοῖς μεγίστοις κακοῖς ὄντας, τοὺς δὲ μετ᾽ εὐσεβείας καὶ δικαιοσύνης ζῶντας ἔν τε τοῖς παροῦσι χρόνοις ἀσφαλῶς διάγοντας καὶ περὶ τοῦ σύμπαντος αἰῶνος ἡδίους τὰς ἐλπίδας ἔχοντας.

Isocrate nota che coloro che apprezzano l’ingiustizia e ritengono bene massimo l’impadronirsi di beni altrui hanno sorte simile (ὅμοια πάσχοντας) agli animali che abboccano all’amo: all’inizio infatti si godono ciò che hanno preso ma poco dopo si ritrovano in mali peggiori; invece (τοὺς μὲν… τοὺς δὲ), continua a notare l’oratore, quanti vivono con pietas e giustizia, al presente restano al sicuro e per tutta la vita coltivano migliori aspettative.

καὶ ταῦτ᾽ εἰ μὴ κατὰ πάντων οὕτως εἴθισται συμβαίνειν, ἀλλὰ τό γ᾽ ὡς ἐπὶ τὸ πολὺ τοῦτον γίγνεται τὸν τρόπον.

E se anche queste cose, dice, non vanno sempre così in ogni circostanza, per lo più è questo quello che succede. Le cose diventano difficile con la breve frase successiva:

χρὴ δὲ τοὺς εὖ φρονοῦντας, ἐπειδὴ τὸ μέλλον ἀεὶ συνοίσειν οὐ καθορῶμεν, τὸ πολλάκις ὠφελοῦν, τοῦτο φαίνεσθαι προαιρουμένους.

Sintatticamente non mi pare frase impossibile: il χρὴ regge il participio sostantivato (τοὺς εὖ φρονοῦντας) e l’infinito φαίνεσθαι, che a sua volta ha il predicativo προαιρουμένους: “E’ necessario che le persone assennate appaiano preferire questo” – il “questo” dovrebbe essere τὸ πολλάκις ὠφελοῦν, “ciò che il più delle volte giova”, dal momento che (ἐπειδὴ) non cogliamo bene (οὐ καθορῶμεν) quanto sarà sempre la cosa più utile (τὸ μέλλον ἀεὶ συνοίσειν): temo che il senso sia un invito a scegliere qualcosa di comunque utile non potendo sempre scegliere la cosa migliore in assoluto. Più o meno così traducono corriere.it (Occorre che le persone sagge – visto che non siamo in grado di riconoscere ciò che ci sarà utile sempre – mostrino di scegliere ciò che risulta vantaggioso spesso), un po’ diversamente quelli de ilpost (Ed è necessario che gli uomini saggi – dato che spesso non riusciamo a capire che una certa cosa è preferibile – dimostrino di scegliere ciò che spesso è utile) ma, comunque la si giri, la frase non è facile ed a me veniva subito da rendere τὸ μέλλον con “il futuro” ed andare quindi fuori strada.

πάντων δ᾽ ἀλογώτατον πεπόνθασιν ὅσοι κάλλιον μὲν ἐπιτήδευμα νομίζουσιν εἶναι καὶ θεοφιλέστερον τὴν δικαιοσύνην τῆς ἀδικίας, χεῖρον δ᾽ οἴονται βιώσεσθαι τοὺς ταύτῃ χρωμένους τῶν τὴν πονηρίαν προῃρημένων.

Il brano riprende con un periodo non terribilmente difficile, sul paradosso che per quanto alcuni ritengano la virtù e la giustizia superiori al torto, poi pensano che chi le mette in pratica abbia la peggio rispetto ai prevaricatori: incappano nel massimo paradosso quanti ritengono che l’impegno (nella giustizia, ma è un filino sottinteso) sia la cosa più bella e ritengono  la giustizia più cara agli dei dell’ingiustizia ma poi credono che vivranno peggio quanti la mettono in pratica rispetto a quanti preferiscono il male.

ἠβουλόμην δ᾽ ἄν, ὥσπερ πρόχειρόν ἐστιν ἐπαινέσαι τὴν ἀρετήν, οὕτω ῥᾴδιον εἶναι πεῖσαι τοὺς ἀκούοντας ἀσκεῖν αὐτήν. νῦν δὲ δέδοικα μὴ μάτην τὰ τοιαῦτα λέγω.

Altra frase facile, ma un po’ avulsa dal contesto: vorrei, dice Isocrate, che, come è facile lodare la virtù, così fosse più facile convincere gli ascoltatori a ricercarla. Ora però temo di dire tali cose invano, conclude con una nota d’ottimismo.

διεφθάρμεθα γὰρ πολὺν ἤδη χρόνον ὑπ᾽ ἀνθρώπων οὐδὲν ἀλλ᾽ ἢ φενακίζειν δυναμένων, οἳ τοσοῦτον τοῦ πλήθους καταπεφρονήκασιν ὥσθ᾽, ὁπόταν βουληθῶσι πόλεμον πρός τινας ἐξενεγκεῖν, αὐτοὶ χρήματα λαμβάνοντες λέγειν τολμῶσιν ὡς χρὴ τοὺς προγόνους μιμεῖσθαι, καὶ μὴ περιορᾶν ἡμᾶς αὐτοὺς καταγελωμένους…

L’ultimo periodo è quello in cui il discorso teorico si scontra con la dura realtà di una polis in cui hanno grande peso i governanti ipocriti che si ammantano di belle parole ma pensano solo ai loro interssi: siamo infatti rovinati da molto tempo, dice, da uomini che non sanno far altro che imbrogliare (φενακίζειν), che hanno disprezzato a tal punto il popolo (τοῦ πλήθους, che può anche valere ‘i democratici’) che, quando vogliono far guerra a qualcuno, loro stessi, impadronendosi delle ricchezze (χρήματα λαμβάνοντες – non mi convince affatto la traduzione di corriere.it che individua una sfumatura finale nel participio e che soprattutto lo lega sintatticamente all’ipotetica: che se per esempio vogliono fare guerra a qualcuno per guadagnarci), hanno il coraggio di dire che bisogna imitare gli antenati e non permettere che noi stessi veniamo derisi…

… μηδὲ τὴν θάλατταν πλέοντας τοὺς μὴ τὰς συντάξεις ἐθέλοντας ἡμῖν ὑποτελεῖν.

E l’ultima frase mi è parsa davvero una cattiveria gratuita per i ggiovani che, ricordiamo, non hanno la minima idea del contesto in cui si iscrive l’orazione. Il punto è che i politici attuali sono degli ipocriti che pensano solo al loro tornaconto mentre dicono tante belle parole, cioè che bisogna imitare gli antenati (e quindi riprendere una politica imperialista cui Isocrate, dicevamo, è ormai contrario), non permettere che i cittadini siano oggetto di scherno (da parte dei Macedoni? degli altri Greci?) e non permettere che gli alleati che non pagano i tributi ad Atene abbiano libertà di movimento nell’Egeo. E’ una sorta di climax discendente, dal solenne (gli antenati!) al meramente pratico (i dazi!), solo che la frase è un po’ difficile: il tutto è retto da λέγειν τολμῶσιν ὡς χρὴ… μὴ περιορᾶν (“osano dire che bisogna non permettere che”) che a sua volta regge “coloro che non vogliono pagare a noi i tributi” (τοὺς μὴ τὰς συντάξεις ἐθέλοντας ἡμῖν ὑποτελεῖν, participio sostantivato), cui non bisogna permettere di “navigare per mare” ( τὴν θάλατταν πλέοντας, participio predicativo), riferimento che avrà turbato i più.

Un brano a tratti, soprattutto all’inizio, piuttosto scorrevole, con due punti oggettivamente difficili ed un riferimento ai rapporti tra Atene ed i suoi alleati che, così decontestualizzato, sarà parso incongruo…

(ci vediamo quando al MIUR si decidono a mettere on line la prova di lingue classiche, che è sempre un piacere!)

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