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russians stay focused

18 aprile 2016

912QMH2TGsL._SL1500_Già avevo scritto qualcosa sulla difficoltà di far rientrare una serie come Orange is the new black in una definita categoria tipo ‘commedia’ o ‘drammatico’, difficoltà acuita dalla terza stagione, in cui anche il finale, in qualche modo ‘aperto’, non risolve di certo la quaestio, anzi.

Vi sono ovviamente aspetti leggeri (tutta la vicenda delle mutandine sporche trafugate dal carcere e vendute a feticisti è inquietantemente brillante), ma quando si passa a temi come la violenza transfobica c’è certamente da restare seri, e parecchio.

Il tema principale della stagione è poi quello del passaggio del carcere dall’amministrazione pubblica – credo a livello statale – a quella privata, un fenomeno non raro negli  Stati Uniti e che solleva più interrogativi etici di quanto una serie televisiva – per quanto ben fatta – possa affrontare; si dovrebbe per lo meno partire da qui o da qui, senza dimenticare, ovviamente, quanto scriveva Cesare Beccaria:

Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi.

E magari evitare il delirio pseudogiornalistico della scorsa settimana, tanto per restare in tema di, chessò, razionalità.

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