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this ain’t OZ

12 marzo 2016

81y4cLVKzAL._SL1500_Dopo Making a murderer, tanto per restare su Netflix, mi è parso opportuno iniziare Orange is the new black, di analoga ambientazione carceraria (ma fiction pura, eh – o forse no).

La mia precedente esperienza era stata con Oz (capolavoro, ma emotivamente devastante), mentre qui siamo su toni – almeno all’inizio – più leggeri, tanto che non è limpidissimo se la serie sia in qualche modo una ‘commedia’ o un ‘dramma’ (scopro qui la salomonica decisione degli Emmys: se una cosa dura mezz’ora a puntata è commedia, sennò è serie drammatica).

La serie – come saprete già tutti, perché resto sempre indietro con la tv avendo, chessò, un lavoro – verte sulla vicenda di Piper Chapman la cui vita viene travolta da una vecchia questione giudiziaria che la porta ad una condanna a 15 mesi in un carcere femminile, in cui spiccano figure inquietanti (la sua ex fidanzata lesbica, responsabile dei fatti che l’hanno portata in carcere, la fondamentalista cristiana in astinenza da crystal meth) ed ambigue (la grandissima Kate Mulgrew ha trovato, dopo i 7 anni al comando di Star Trek Voyager, il ruolo migliore dlela sua carriera), mentre il fidanzato ci mette relativamente poco a tradirla e a guardare Mad men da solo.

E’ una di quelle cose per cui hanno inventato il termine binge watching, direi

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