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it takes two to tango

22 febbraio 2016

41XxBSTN6hL._SX373_BO1,204,203,200_Il post in cui facevo riferimento al metodo Orberg per l’insegnamento del latino ha suscitato un qualche interesse, per cui mi è parso opportuno approfondire la cosa, recuperando un vecchio libretto (del 1966) di Sidney Morris, Viae novae – New Techniques in Latin Teaching,che già dalla prima pagina va dritto al cuore della questione, lamentando gli insuccessi dell’approccio tradizionale alla disciplina (e parliamo della scuola anglosassone, dove all’epoca credo si potesse fisicamente fustigare i fanciulli che non sapevano il cum e congiuntivo):

The effectiveness of teaching methods is best judged by the pupils’ performance

Depresso dai risultati dei fanciulli britannici, l’autore presenta sommariamente i metodi dell’epoca (a partire da quello ‘tradizionale’ – che è in realtà invenzione ottocentesca – in cui essenzialmente si presenta una regola, se ne offrono esempi, se ne fa imparare a memoria la grammatica e la sintassi, si applica quanto imparato a testi appositamente selezionati e si passa poi ad un’altra regola, cosa che porta la lingua latina ad essere il medium per imparare le regole e non, magari, il contrario: i ggiovani leggono una frase di Cesare per imparare l’ablativo assoluto e non imparano l’ablativo assoluto per poter leggere un brano di Cesare) e propende chiaramente per l’approccio ‘orale’ à la Orberg (chiaramente non una moda passeggera del XXI secolo, visto che il suo nucleo essenziale nasce negli anni ’50), di cui individua comunque alcuni punti deboli, che sono poi quelli su cui i ‘detrattori’ anche oggi fanno leva:

  • la partecipazione e l’interesse degli alunni dipendono molto dall’impegno e dall’abilità ‘istrionica’ del docente, per cui gli eventuali buoni risultati non sono dovuti al metodo per se
  • il latino adottato ai primi livelli è un latino poco ‘classico’, ambientato in un contesto moderno, con un lessico colloquiale non sempre filologicamente corretto, che presenta situazioni fittizie che hanno pochi paralleli nel mondo Romano
  • se l’obiettivo finale è comunque la comprensione del latino scritto (e di un limitato canone di autori), il metodo orale è il modo migliore e più economico per raggiungerlo?

Sul primo punto, credo che la mediazione del docente sia comunque essenziale, a prescindere dal metodo utilizzato e sul terzo solo l’esperienza potrà esprimere un giudizio.

Il punto della ‘falsità’ del latino ‘orberghiano’ (che non è comunque l’unico autore ad aver proposto un approccio del genere, a tal punto che Morris manco lo cita) è frequentemente sollevato (ma quanto è ‘vera’ una frase del tipo puellae ornant aram deae rosis et violis?), spesso a sproposito (basta sfogliare Plauto per rendersi conto di come alcune scelte di Orberg siano azzeccate), anche per la tendenza a ritagliare nel canone solo 3-4 secoli di latinità (da Plauto ad Apuleio, grosso modo) escludendo così il mondo tardo-antico e soprattutto il latino medievale, su cui Morris insiste molto, sottolineandone la sintassi più scorrevole e la sua graduale trasformazione nelle lingue volgari, cosa che lo rende affrontabile sin dai primi anni di corso (e si tratta di testi stilisticamente non ricercati, ma come contenuti certamente significativi), dove gli alunni possono leggere qualcosa di remotamente più interessante per loro di una versione che scegliamo solo perché comprende un supino in –u ma è pur sempre di Plinio il Giovane?

Le Viae novae proposte saranno state rivoluzionarie all’epoca (l’autore dedica un paio di capitoli alla possibilità di usare registrazioni audio, filmati e antenati del PowerPoint – nel 1966) ed oggi paiono fare tenerezza, ma sviluppano indicazioni didattiche e pedagogiche tuttora validissime, come l’importanza di attivare vari canali comunicativi e mnemonici, utilizzare una dimensione ludica (ed in latino ludus è sia il gioco sia la scuola) ed insegnare per esempi e non per nozioni.

E a me non pare poca cosa…

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