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le plus vieux tango du monde

9 febbraio 2016

copj170Quest’anno, in due sezioni di scuola, abbiamo adottato il metodo Orberg per l’insegnamento del latino e non nascondo che, a prescindere dai risultati (che sono comunque piuttosto incoraggianti), ci stiamo divertendo parecchio.

Il metodo prevede infatti che si parli in latino – attenzione, non perché si voglia resuscitare una lingua morta o scimmiottare la didattica del the pen is on the table – calamus in mensa est, comunque – ma perché è nell’uso di una lingua che la si impara e si raggiunge lo scopo ultimo dello studio scolastico, cioè quello della comprensione dei testi – se poi funziona lo vedremo un dì, per ora siamo al cap. IX, in cui conosciamo il Faustinus, pastor Iulii e le sue centum oves, quarum una nigra est.

In questa full immersion nella lingua, mi è parso opportuno affrontare un volumone dottissimo, chiamato semplicemente Latino (di Francoise Waquet, 2004) e dedicato ai secoli (XVI-XX) in cui il latino è stato uno dei tratti caratteristici della cultura occidentale, nonché uno dei suoi fattori di coesione.

Prodotto di anni di lavoro, è una carrellata (un po’ disorganica, va detto) attraverso la didattica, la teologia (la questione della ‘messa in latino’ è un’affascinante viaggio nella storia, a cominciare dai problemi che i missionari gesuiti incontravano con la pronuncia cinese del latino), la scienza (il Dialogo di Galileo fu letto in Europa nella traduzione latina, non nel suo volgare così importante nella storia dell’italiano e Newton prendeva in latino i suoi appunti) ed il consueto rimpianto di tempi migliori (“i nostri allievi sanno sempre meno il latino”, scriveva un professore di Liceo. Nel 1927).

Quello che viene fuori è un mondo che si confrontava quotidianamente con la lingua latina, anche con risultati imbarazzanti (sono stati recuperati dei compiti in classe del 1720 ed i ggiovani francesi di tre secoli fa facevano gli stessi errori che fanno i miei studenti nel 2016 e nel 1893 Giovanni Pascoli si trovò a dirigere una commissione sullo “scarso profitto in latino”) e le conseguenti discussioni, attuali oggi, ma evidentemente già da secoli, sulla “utilità del latino”, cosa che divide (da appunto almeno quattro secoli) il mondo tra apologeti e critici sfrenati (delenda est lingua Romana!), cui basterebbe rispondere citando Poliziano (“da Cicerone ho imparato a essere me stesso”) ma magari non necessariamente un pedagogista del ventennio fascista (“il latino è antimarxista”, frase che mi pare superare i limiti del ‘linguaggio umano’).

E in tutto questo ho scoperto che Jacques Brel ha fatto un tango sulla declinazione di Rosa (che per la cronaca non si flette come nella tradizione italiana ma, come vorrebbe il buon senso, con prima i casi diretti):

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9 commenti leave one →
  1. 9 febbraio 2016 4:04 PM

    Come in fondo anche king Traina osservò al riguardo da qualche parte nella Propedeutica (parafraso a memoria): è solo sapendo esprimersi in una lingua che la si padroneggia (sempre lamentando lo scarso livello dei corsi universitari ecc.).

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    • 9 febbraio 2016 4:08 PM

      E’ un discorso lungo, quello sul metodo Orberg. Al momento posso solo dire che gli alunni ragionano molto di più sulla lingua usandola anche per brevi frasi di quando nella altre classi mi declinano in maniera meccanica i pronomi o sanno dirmi esattamente come funzionano gli ‘incastri’ temporali del cum narrativo

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      • 9 febbraio 2016 4:31 PM

        Forse boh, servirebbe a tutti un bel periodo di Erasmus in Vaticano.
        Scherzi a parte, tienimi/ci aggiornato/i. 🙂

        Liked by 1 persona

  2. Alessandro permalink
    9 febbraio 2016 8:44 PM

    Io detesto il metodo Orberg, peraltro avendolo usato, e lo detesto sia a livello teorico sia livello pratico. A livello teorico: perché usare lo stesso approccio di insegnamento delle lingue moderne? Mica devi parlare greco antico e latino (rimarranno quattro canonici in Vaticano addetti alle encicliche), allora potremmo eliminarne l’insegnamento. Faccio poi notare che proprio in questi giorni si discute sul fatto che i metodi di insegnamento delle lingue straniere in Italia è fallimentare e inefficace! Perché scimmiottare? Che utilità avrebbero le lingue antiche, oltre all’approccio dei testi, quando invece è proprio il metodo tradizionale l’unico che nella scuola italiana ancora insiste su uno studio metodico delle regole (ed eccezioni) grammaticali, sull’esercizio della memoria (eh sì Anatomia a Medicina la fanno ancora, e pure Diritto Penale a Giurisprudenza e lì la memoria serve), sulla soluzione logico-linguistica dei problemi attraverso un approccio sistematico? A livello pratico: con l’Orberg imparano tanto lessico. I risultati con me non erano diversi dal metodo tradizionale: gli studenti “orberghiani” sbagliavano le strutture, ma erano più abili nelle scelte lessicali; quelli tradizionali viceversa. Ma per gli effetti a lungo termine trovo più fruttuoso il metodo classico (temperato, ma classico).

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    • 9 febbraio 2016 9:23 PM

      Mah, io non sarei così perentorio su nessuno dei due approcci (Orberg/Classico); penso intanto sia una questione di finalità per le quali abbia più o meno senso studiare latino, in modo particolare in un liceo scientifico (dove sto adottando Orberg) con la drammatica decurtazione di ore di lettere in generale, non solo di latino (grazie, Gelmini). Tendo a pensare che lo studio della lingua non sia necessariamente formativo per se (o, meglio, lo sarebbe di qualsiasi lingua) e l’idea del “latino aiuta a ragionare” mi pare prodotto del positivismo ottocentesco più che di una realtà effettiva (dovremmo tutti studiare tedesco, o elfico, che direi richiedono un certo impegno mentale); lo studio della lingua è secondo me la chiave per poter conoscere la cultura e la civiltà romana, che sono, banalmente, il patrimonio più prezioso dell’occidente e parte di quello che contribuisce a formare una persona e qualsiasi approccio che faciliti questo (in pratica: un trentenne che sappia capire una pagina di Cicerone anziché un diciottenne che la decifra come fosse un enigma a strati) mi pare positivo. Nella mia esperienza (premesso che il precariato da poco terminato non mi ha mai permesso di prendere una classe in I e portarla alla fine del percorso, perché magari con me sarebbero tutti latinisti – o tutti zucchine, vai a saperlo), in una classe media quante sono le persone che raggiungono livelli realmente buoni? 3? 2? 1?. Con Orberg (ripeto, primo anno di lavoro col metodo, a febbraio, con una decina di capitoli fatti del primo dei due volumi che compongono il corso), mi pare di avere innanzitutto una spinta motivazionale molto forte in degli alunni che, per scelta di studi e contesto socio-culturale in cui lavoro, sono assai difficilmente coinvolgibili e questo, soprattutto agli inizi, è estremamente importante (è estremamente gratificante che, mentre i loro compagni ‘tradizionali’ traducono con difficoltà delle frasette, loro leggono una pagina in A4 di latino e la capiscono); sulle reali competenze che hanno è, a questo livello, difficilissimo esprimere un giudizio – gli alunni sono, come noti tu stesso, fortissimi in lessico (e non è da poco, esistono alunni capaci di cercare ‘rosa’ sul vocabolario); a livello sintattico stiamo introducendo le infinitive e mi paiono capirle meglio di quanto succede con l’approccio classico. Di più per ora non posso dire, ma grazie del contributo ;-)!

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