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but the dead are here to stay

18 gennaio 2016

91IQw32ZAtL._SX466_La prima stagione di The leftovers mi aveva portato ad elaborare un complesso giudizio critico: boh.

La seconda stagione, invece, è stata davvero notevole, a cominciare dalla scelta autoriale di spostare la vicenda (e, gradualmente, tutti i personaggi) dai ricchi sobborghi di New York ad un paesino del Texas, ‘miracolosamente’ scampato alle sparizioni della prima stagione (la serie ha come premessa il fatto che, ad un certo punto, il 2% della popolazione mondiale scompare nel nulla) ed in cui i 6mila e passa abitanti sono tutti presenti all’appello, quattro anni dopo.

Ma in contemporanea all’arrivo di Kevin e famiglia, ai vicini di casa (“Hard to tell if they’re part of your story or if you’re part of theirs”) scompare all’improvviso una figlia (assieme a due amiche) e non è chiaro se si stiano riverificando le sparizioni di quattro anni prima o se ci sia dietro altro, forse più inquietante.

E comunque, come nel caso della prima stagione, il tutto mi pare più che altro occasione per riflettere su morte, lutto e senso della vita. O per farmi scoprire grandi canzoni, come Laughing with di Regina Spektor:

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