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ashes

11 gennaio 2016

L’ho saputo stamattina, tramite un avviso della CNN sull’iPad, mentre iniziavo il percorso di introduzione alla demografia, in classe.

Poi è stata una giornata frenetica, compiti in classe da correggere per vedere se ci sono miglioramenti in primo, scrutini, altri compiti da correggere (do chiaramente troppi compiti per le vacanze), una cosa in parrocchia, cena, il prequel di Dallas perché non mi faccio mancare niente, messaggi su twitter, articoli letti in fretta e furia, le note di Blackstar che si era scaricato da solo perché in pre-ordine.

La mia storia con David Bowie era molto anni ’80, iniziata con China girl, proseguita con Time will crawl, bruscamente fermatasi con i Tin Machine, ripartita alla grande con Changesbowie del 1990 (quando ho sentito per la prima volta Space oddity ed Heroes)  poi proseguita via Pet Shop Boys tramite Hallo spaceboy, e da lì ho scoperto il resto, prima solo in superficie, poi andando a fondo, e scoprendo che in una trentina di album aveva davvero scritto un capitolo gigantesco della storia della musica, e che stava continuando a farlo, da The next day al quasi postumo Blackstar (è uscito venerdì scorso).

Gli artisti lasciano due cose, le loro opere e noi stessi.

Cerchiamo di esserne degni.

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