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marco carta ostenta inversioni sintattiche

27 dicembre 2015

antonellimacosaMi ci è voluta solo mezza pagina per capire che Ma che cosa vuoi che sia una canzone di Giuseppe Antonelli (non lo stesso autore di questo pastiche, spero per lui) sarebbe diventato uno dei miei libri di riferimento.

Si tratta infatti di un saggio di un linguista sui testi delle 1000 canzoni italiane più vendute tra il 1958 ed il 2007 (con qualche concessione agli anni immediatamente successivi, perché è un bacio ad acqua salata che ancora più sete di te mi dà non poteva passare inosservato) ed è MERAVIGLIOSO.

Il percorso è, ovviamente, storico e si apre con la gigantesca rottura di Nel blu dipinto di blu di Modugno che annulla in due minuti i decenni precedenti, fatti di retorica da operetta e di edere che si avvinghiano, passando per Ciao amore ciao di Luigi Tenco (costruita tutta su una serie di verbi all’infinito, come se il volare oh oh / cantare oh oh di Modugno si fosse esteso a tutto il brano, nota Antonelli), per arrivare ad una sempre più marcata prosaicizzazione; è in effetti solo a fine anni ’60 che si diffonde, a scapito del dialetto, un italiano definibile, copyright Sabatini, ‘dell’uso medio’, malgrado il persistere di alcuni spunti retorici – come gli abusi di enjambement (qui un vecchio esempio della mia avversione agli 883), cui si concede, con risultati però discreti, Perdono (mi rifiuto di scrivere Xdono) di Tiziano Ferro:

Perdono, sì quel che è fatto è fatto io però chiedo /

scusa, regalami un sorriso, io ti porgo una /

rosa, su questa amicizia nuova pace si /

posa, perché so come sono, infatti chiedo /

perdono

Brutale, direi.

Miniera di scoperte (ho trovato un’altra anadiplosi, sempre in una boyband: cos’è successo la tua luce / la tua luce si è oscurata in Qualcosa di grande dei Lunapop; leggo poi che chi vi credete che noi siam / per i capelli che portiam di Up patriots to arms di Battiato viene da Come potete giudicar dei Nomadi e così via… ) sulla quale potrei scrivere per ore, insomma.

Solo una cosa mi lascia perplesso: il verso di Lucio Dalla e quel giorno lui prese a mia madre / sopra un bel prato non mi pare un errore di reggenza di prese, mimetico dell’uso regionale (dativo pro accusativo), perché, secondo me, il complemento oggetto sta subito dopo (prese a mia madre… l’ora più dolce), a meno che naturalmente il sintagma non si riferisca all’intera situazione che fu per lui, appunto, l’ora più dolce / prima di esser ammazzato.

Ah, Figli di Pitagora (p. 187) non è degli Eiffel 65 ma del solo Gabry Ponte, per quanto featuring Little Tony:

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