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già dall’ortografia di “obbjettivo” a p. 13 si capisce che sarà tostissima

1 novembre 2015

heideggerCome paventavo qui, Essere e tempo di Martin Heidegger è lettura un filino impegnativa, per quanto l’autore si proponga di evitare una “gigantomachia sull’essere”, ma non vedo come altro si potrebbe chiamare un percorso che attraversa tutta la filosofia occidentale alla ricerca della definizione dell’essere, a partire, ovviamente, dal buon Parmenide (via, perlomeno, Platone, Aristotele, Agostino, Cartesio, Kant ed Hegel).

A rendere le cose, se possibile, ancora più complesse, è la scelta (cui si deve il titolo dell’opera, che in tedesco suona benissimo, Sein und Zeit) di ragionare sul concetto di tempo, “ciò a partire da cui… un esserci tacitamente comprende e spiega qualcosa come essere” (p. 36) e scrivere poi appassionanti pagine sul linguaggio (un capitolo è dedicato davvero al “chiacchierare”).

Ora, se uno trovava intrigante una proposizione del tipo “l’essere è ed il non-essere non è”, riterrà affascinante il naufragare in un essere che non è se non come esser-ci ed essere-nel-mondo; in caso contrario, può anche passare oltre, ma così si perderebbe quello che è, obbligatoriamente, un testo chiave della filosofia novecentesca, perennemente attuale ma nel contempo strettamente legato all’hic et nunc dell’epoca in cui fu scritto, come nel curioso passo in cui, per spiegare concetti come rimando, segno, mettere-in-relazione, pro-curare e a-(far sì)-che Heidegger guarda con meravigliato stupore (pascoliano, quasi) all’invenzione della ‘freccia’ in un’automobile:

Sulle automobili è stata recentemente applicata una freccia rossa rotante, la cui posizione indica secondo i casi, per esempio a un incrocio, quale strada la vettura prenderà. Questo segno, come qualcosa che si usa-per non è allamano soltanto nel pro-curare (guidare) di chi è al volante. Anche quelli che non viaggiano con lui – anzi proprio loro – utilizzano questo uso-per in quanto, appunto, si scostano collocandosi dalla parte giusta o si fermano.

Il che dà tutta una nuova interpretazione dell’apologo di Eracle al bivio.

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