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comincia la seconda parte overo cantica

12 luglio 2015

purgatorioAl liceo ho avuto ottimi insegnanti per lo meno di greco, latino e matematica, ma non sempre mi andò benissimo con italiano; in particolare, il III-IV anno subimmo una serie di supplenti una più inquietante dell’altra.

In I liceo classico c’era una matta che fisicamente spinse un alunno da una parte all’altra della classe e lo fece sdraiare per terra per illustrare la caduta di Lucifero che diede origine all’Inferno, in II c’era una che non sapeva né il latino (la mia domanda “come si dice ricco?” la lasciò spiazzata) né Dante, visto che, ricordo tutt’ora con orrore, mi disse che nel Purgatorio veniva punita una ‘tendenza’ al peccato – non avendoci capito granché, le avevo chiesto quale differenza vi fosse tra i lussuriosi dell’Inferno e quelli della seconda cantica, adolescentemente interessato al tema.

La poverina, evidentemente, non aveva letto i vv. 5-6 del I canto, dove si spiega chiaramente che nel Purgatorio l’umano spirito si purga / e di salire al cielo diventa degno, cioè che è il luogo ultraterreno in cui le anime, pentitesi del peccato e quindi assolte dalla colpa, si purificano scontando una pena temporale, il cui esito ultimo sarà l’ascesa al Paradiso – e puro e disposto a salire a le stelle è l’ultimo verso della cantica (XXXIII 145).

Graziosa invenzione medievale (come scoprii successivamente, grazie a ben altri maestri), il Purgatorio di Dante riscrive completamente la geografia e l’ontologia di un luogo (privo di ogni base scritturale, eh) che era prima di lui visto come una sorta di Inferno soft in cui si soffriva ma un po’ meno, per farlo diventare il luogo dominato dalla dolcezza (su cui molto insiste l’introduzione di Anna Maria Chiavacci Leonardi) di anime che attendono con pazienza una purificazione che può venire anche dalle preghiere dei vivi sulla terra; un’antesignana corrispondenza d’amorosi sensi che è la bellissima idea di un dialogo continuo fra chi è ancora qui e chi non è ancora là, tristemente diventata una delle pagine più meschine della storia della Chiesa Cattolica con indulgenze e loro conseguenze.

Lo schema è più o meno quello dell’Inferno, con Dante e Virgilio che alternano pipponi teologici (soprattutto nel nucleo centrale) ad incontri con personaggi reali, che si purificano sotto la balìa della monumentale figura di Catone, che ogni volta dà i brividi (libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta); spiccano figure e momenti splendidi, come Manfredi (c. III), la laconica Pia (c. V), lo struggente incontro con Sordello e le sempre attuali parole di Dante (Ahi, serva Italia, c. VI), l’intensa riscrittura del Pater (c. XI), il senso di colpa di Ugo Capeto (c. XX), lo spettacolare episodio di Stazio, che lo rende enormemente più significativo come personaggio dantesco che come poeta (cc. XXI-XXII), l’incontro con Guido Guinizzelli fra i lussuriosi del canto XXVI, l’atteso arrivo al Paradiso Terrestre e l’incontro con Beatrice (c. XXX).

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