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maturità 2015 – 3

24 giugno 2015

Con un certo ritardo e dopo miei svariati tweets di sollecito, il Miur ha pubblicato il testo della seconda prova scritta del liceo classico europeo (qua) che, come noto, propone ai ggiovani due brani (uno di latino ed uno di greco), dei quali ne deve essere tradotto uno e si deve poi rispondere a delle domande di comprensione/confronto.

A quanto ne so, tradizionalmente i brani proposti sono sempre stati di argomento prettamente storico, immaginate dunque lo sconcerto nel vedere un testo latamente filosofico per il latino (un brano di una lettera di Seneca), che partiva comunque da un episodio storico, presente anche nel passo parallelo di Plutarco, tratto dal frequentatissimo (!) De liberis educandis. Il brano proposto (5f e seguenti) inizia con un’osservazione sulla guerra e sui suoi limiti:

γε μὴν πόλεμος χειμάρρου δίκην πάντα σύρων καὶ πάντα παραφέρων μόνην οὐ δύναται παιδείαν παρελέσθαι.

La guerra, come un torrente impetuoso (temo che quel dike abbia creato non pochi problemi) che travolge ogni cosa e porta tutto via con sé, non può portare via solo la paideia. A conferma di questo, Plutarco cita l’aneddoto, presente anche in Seneca, nel quale il filosofo Stilpone non dà soddisfazioni a Demetrio Poliercete, che gli aveva appena distrutto la città di Megarahai perso qualcosa?, gli chiese; No, la guerra non mi ha privato della virtù :

καί μοι δοκεῖ Στίλπων Μεγαρεὺς φιλόσοφος ἀξιομνημόνευτον ποιῆσαι  ἀπόκρισιν, ὅτε Δημήτριος ἐξανδραποδισάμενος τὴν πόλιν εἰς ἔδαφος κατέβαλε καὶ τὸν Στίλπωνα ἤρετο μή τι ἀπολωλεκὼς εἴη. καὶ ὃςοὐ δῆταεἶπε, ‘πόλεμος γὰρ οὐ λαφυραγωγεῖ ἀρετήν

E mi sembra che il filosofo Stilpone di Megara abbia dato un’ottima risposta, quando Demetrio, dopo aver asservito la città, l’aveva ridotta alle fondamenta e ed aveva chiesto a Stilpone se avesse perso qualcosa. E lui rispose: – certamente no, la guerra infatti non mi sottrae la virtù. Al che Plutarco nota una certa somiglianza tra la frase di Stilpone ed un’analoga osservazione di Socrate sul Re di Persia (Stilpone tra l’altro è un socratico minore, a tratti proto-stoico, come vedremo in Seneca):

σύμφωνος δὲ καὶ συνῳδὸς καὶ Σωκράτους ἀπόκρισις ταύτῃ φαίνεται. καὶ γὰρ οὗτος ἐρωτήσαντος αὐτόν, μοι δοκεῖ, Γοργίου ἣν ἔχει περὶ τοῦ μεγάλου βασιλέως ὑπόληψιν καὶ εἰ νομίζει τοῦτον εὐδαίμονα εἶναι, ‘οὐκ οἶδ᾽ἔφησεπῶς ἀρετῆς καὶ παιδείας ἔχει,’ ὡς τῆς εὐδαιμονίας ἐν τούτοις, οὐκ ἐν τοῖς τυχηροῖς ἀγαθοῖς κειμένης.

Affine ed analoga a questa mi pare essere la risposta di Socrate. Infatti anche questi, quando, mi pare Gorgia, gli chiese che opinione avesse sul Grande Re e se lo ritenesse felice, “non so” – rispose – , come stia in virtù e paideia”, in quanto la felicità sta in queste cose, non di certo nei beni del caso. Seneca (il brano viene dalle Epistulae ad Lucilium I 9 18-19) riporta più o meno lo stesso episodio, ma non riferisce di analoghe battute socratiche e soprattutto esplicita la dimensione stoica delle affermazioni di Stilbone (intrigante il diverso esito della labiale p/b nelle due lingue, comunque)

Hic enim capta patria, amissis liberis, amissa uxore, cum ex incendio publico solus et tamen beatus exiret, interroganti Demetrio, cui cognomen ab exitio urbium Poliorcetes fuit, num quid perdidisset, ‘omnia’ inquit ‘bona mea mecum sunt’. Ecce vir fortis ac strenuus! ipsam hostis sui victoriam vicit. ‘Nihil’ inquit ‘perdidi’: dubitare illum coegit an vicisset. ‘Omnia mea mecum sunt’: iustitia, virtus, prudentia, hoc ipsum, nihil bonum putare quod eripi possit.

Questi (= Stilbone) infatti, conquistata la patria, persi i figli, persa la moglie, sopravvivendo lui solo alla rovina pubblica e malgrado ciò felice, a Demetrio (cui era stato dato il soprannome di ‘Poliorcete‘ in seguito alla distruzione delle città) che gli chiedeva se avesse perso qualcosa, rispose “tutti i miei beni sono con me”. Ecco un uomo forte e coraggioso! Ha avuto infatti la meglio sulla vittoria stessa del suo nemico. “Non ho perso nulla”, ha detto. Anzi, lo ha quasi costretto a dubitare della sua vittoria. “Tutte le cose mie sono con me”: la giustizia, la virtù, la saggezza e soprattutto questo, il non ritenere un bene ciò che ci può essere tolto.

Per spiegare bene le cose a Lucilio che, sappiamo bene, è un demente e non capisce mai niente per cui Seneca gli deve riformulare ogni concetto almeno tre volte, il filosofo paragona il saggio stoico alla salamandra, che passa indenne attraverso il fuoco:

Miramur animalia quaedam quae per medios ignes sine noxa corporum transeunt: quanto hic mirabilior vir qui per ferrum et ruinas et ignes inlaesus et indemnis evasit!

Ammiriamo alcuni animali che passano attraverso il fuoco senza subire danni corporali. Quanto più è ammirevole quest’uomo che uscì illeso ed indenne dal ferro, dalla rovina e dal fuoco! Chiude poi notando che Demetrio ha sì conquistato una città, ma non è riuscito a vincere l’animo del saggio:

Vides quanto facilius sit totam gentem quam unum virum vincere?

Non vedi quant’è più facile conquistare un popolo intero che un solo uomo? Il paragone finale non è, appunto, con Socrate, ma con lo stoico in generale:

Haec vox illi communis est cum Stoico: aeque et hic intacta bona per concrematas urbes fert; se enim ipse contentus est; hoc felicitatem suam fine designat

Questa sue parole sono comuni allo Stoico: allo stesso modo anche lui porta fuori intatti i suoi beni attraverso città in fiamme; infatti ha in sé ogni soddisfazione; con tale criterio misura la propria felicità.

Ai due testi seguivano delle domande di comprensione, a seconda del testo tradotto:

Il candidato risponda alle seguenti domande, se è stato scelto di tradurre il testo greco.

  1. Il candidato spieghi in che cosa consiste la felicità per Socrate.
  2. Il candidato espliciti la similitudine utilizzata per connotare la guerra.
  3. Che cosa hanno in comune le affermazioni di Stilbone e di Socrate?
  4. Il candidato individui i personaggi coinvolti nei brevi dialoghi e precisi di ognuno il ruolo.

Il candidato risponda alle seguenti domande, se è stato scelto di tradurre il testo latino.

  1. Il candidato indichi i beni a cui fa riferimento Stilbone.
  2. Il candidato indichi in che cosa consiste il vero bene.
  3. In che cosa consiste la vera felicità?
  4. Di che cosa dubita Demetrio?

C’erano infine due domande su entrambi i testi, delle quali la prima era interessante, la seconda stava lì tanto ad occupare spazio, a meno che non si volesse leggere la similitudine iniziale del testo greco ricordandosi di Machiavelli (la sorte come fiume cui mettere argini) o di Verga (la fiumana del progresso), anche se non si riferiscono propriamente alla guerra:

Domande riguardanti i due testi

  1. Il candidato ponga a confronto le affermazioni di Stilbone presenti nei due testi, procedendo ad un’analisi lessicale dei termini-chiave.
  2. Il candidato illustri le conseguenze derivanti dalle guerre riportate nei due brani.

Testi non malvagi, nell’insieme, con, soprattutto nel greco, cose graziose tipo un ottativo perfetto ed entrambe le versioni delle interrogative indirette che io trovo adorabili ed i ggiovani un po’ meno…

Per il 2015 è andata, direi ;-)!

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