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studio jones

14 maggio 2015

61OlexztCYL._SL1400_Il mio ricordo più recente di Grace Jones è di qualche anno fa, quando cantò Slave to the rhythm con tanto di hula hoop – per ore, sembrerebbe.

Per arrivare a tale magnificenza, mi pare ovvio che una debba aver avuto una vita interessante ed effettivamente la sua biografia è affascinante, passando dalla nativa Giamaica a New York e poi a Parigi e poi di nuovo a New York, quando, più o meno letteralmente, inventò la musica disco e fece dello Studio 54 quella leggenda che è.

A questo primo periodo della sua carriera musicale (1977-1979) appartengono tre album (Portfolio, Fame e Muse) che rimangono dei classici del genere. A lungo trascurati, sono ora riproposti (e rimasterizzati) in un cofanetto (The disco years) impreziosito da alcune rarità a 7″ o 12″, di cui alcune completamente inedite.

Sono tre album essenziali, anche solo perché raccolgono un paio di versioni di La vie en rose, il classico di Edith Piaf che suona, come dire, diverso:

Scopro inoltre che ad un certo punto ebbe un particolare successo in Italia, cosa che la portò a rileggere Anema e core, la canzone napoletana degli anno ’50:

Ed il bello è che doveva ancora fare Nightclubbing e scrivere altre pagine importanti…

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