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non si può fare poesia fuori dalla storia

5 gennaio 2015

pasolinicanzoniereitalianoIl 2015 è l’anno del 40° anniversario dalla tragica morte di Pier Paolo Pasolini; credevo di aver letto tutto quello che ha scritto (sì, anche Petrolio) ma ho scoperto che mi mancavano un paio di cose e questo è l’anno giusto per ricordare l’intellettuale più lucido del ‘900, a partire da un’opera degli anni ’50 che attesta gli interessi etnografici di PPP e che è nello stesso tempo indizio del profondo amore del poeta per un’idea di Italia, tema sempre, e tragicamente, attuale.

Il Canzoniere italiano è una densissima e dottissima antologia della poesia popolare italiana, cui Pasolini premette un centinaio di pagine essenziali, in cui ripercorre le impostazioni critiche sul tema, dal facile entusiasmo dei Romantici (criticato da Croce), alla coazione antipopolare ed antiregionale del Fascismo e al Gramsci di Letteratura e nazione; passa poi ad affrontare il tema delle origini della poesia popolare italiana, per lui riconducibile al rapporto fra due distinte classi sociali, rapporto che dall’alto verso il basso produce poesia popolareggiante e che dal basso verso l’alto produce la vera e propria poesia popolare (“acquisizione di dati culturali e stilistici provenienti dalla classe dominante e loro assimilazione”, p. 52).

Venendo all’antologia vera e propria, Pasolini adotta un criterio geografico, partendo dal nord (Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia, Romagna, Veneto, Trentino, Istria, il suo Friuli), passando per il centro (Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Corsica) ed arrivando al sud (Abruzzo, Molise, Campania, Puglie, Lucania, Calabria, Sicilia e Sardegna); aggiunge poi due appendici, dedicata l’una alla poesia folclorica (quasi poesia al grado zero, come ninne-nanne, indovinelli, nomi infantili etc. ) e l’altra popolare-militare, nata ad esempio sulle trincee della I guerra mondiale o dall’impianto intellettualistico ed antipopolare del fascismo (le cui canzoncine risalgono in ultima analisi al dannunzianesimo, perché il Fascismo non fu mai movimento popolare).

Si scoprono così una fonte per Serenata rap di Jovanotti (la marchigiana ‘ffacciate alla finestra, ricci belli), la ‘traduzione’ in trentino di due versi dell’Orlando innamorato di Boiardo (o ciare stele, o luna che va via / ascolta mo’ ‘na volta ‘l dolor mio), l’archetipo di vecchi canti alpini nel piemontese Sur capitani di Salusse, tracce di un’interessante Passio umbra in cui Gesù lamenta di essere crocifisso da cani turchi e luterani, inattesi spunti stilnovisti in un paio di stornelli abruzzesi (donna ‘ngelecate e quando camine, ‘n’ angelella pare), curiosi giochi di parole (bolsceschifi) e altro…

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