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non solo ma anche

21 ottobre 2014

fromabortionLo scorso aprile, ricorderete, c’era stata un’inquietante manifestazione destrosa contro la lettura di un libro di Melania Mazzucco proposto, all’interno di un ampio percorso di “invito alla lettura”, agli studenti del Giulio Cesare.

Scopro ora tre cose che non sapevo: gli studenti di un altro liceo romano (il Manara) hanno risposto in maniera simpatica, Lotta Studentesca ha fatto un’altra manifestazione al Giulio Cesare e per finire la Procura di Roma ha archiviato la storia, visto che “il reato non sussiste”.

Dietro la questione si cela un problema intrigante, comune a tutti quelli che insegnano materie umanistiche: la possibilità di incappare in temi in qualche modo ‘sensibili’, tema che ovviamente è sfuggito al dibattito giornalistico che ha preferito soffermarsi su altro.

Nella mia esperienza mi sono trovato a insegnare Il giovane Holden (in cui il protagonista ha un incontro, non consumato, con una prostituta e rifiuta le avances di un ex insegnante – in alcuni distretti scolastici degli USA il libro è vietato, eh), Seneca (in cui il tema del suicidio è praticamente onnipresente), Archiloco (che nell’Epodo di Colonia fa quello che chiameremmo heavy petting), Catullo (che scrive con una certa libertà, diciamo), Saffo (i cui due testi più lunghi sono innegabilmente omoerotici), Livio (che costruisce tutto il primo libro dell’Ab urbe condita sulla tematica dello stupro), Terenzio e Menandro (in cui fanciulle violentate da sconosciuti riconoscono nel loro fidanzato il violentatore e lo sposano), Aristofane (che è la fonte principale del linguaggio osceno antico), Darwin (le cui teorie in Italia sono serenamente accettate, ma non è così altrove), Il paese delle maraviglie di Culicchia (l’unica volta in cui un genitore mi ha comunicato un certo disagio per il linguaggio di un libro; successe anni fa, ricordo che spiegai come il linguaggio del libro sarebbe stato poi oggetto di riflessione e contestualizzazione in classe e la cosa finì lì, a quanto so), il Decameron di Boccaccio (presente Ser Ciappelletto?), Dante (che parla di ‘sodomiti’, mette Maometto all’Inferno fra i ‘seminatori di discordie’ ed è in generale assai poco politically correct nei confronti dei ‘peccatori’), i più biechi documenti della propaganda nazi-fascista ed infinite altre cose, che in qualche modo vanno a toccare temi, credenze e sensibilità personali.

Non so quanto la mia opinione sia maggioritaria e condivisa, ma tendo a credere che la scuola debba essere uno spazio aperto, in cui temi, credenze e sensibilità personali non vengono meccanicamente confermate ma messe in discussione, cercando non di in-segnare qualcosa ma aiutando gli studenti a sviluppare il loro senso critico e la loro capacità di interrogarsi di fronte a temi che fanno parte della realtà e delle cose del mondo, capendo le ragioni del loro eventuale disagio:

Il mio lavoro non è dirvi in cosa credere. Il mio lavoro è aiutarvi a pensare in maniera critica ed analitica.

La citazione, nella sua disarmante ovvietà, viene da una raccolta di saggi che ho appena finito di leggere, From abortion to pederasty – Addressing difficult topics in the classics classroom.

Nato in ambito anglosassone e legato all’ambiente universitario (latino e greco sono lì sporadicamente studiati alle superiori), il volume è rivolto agli insegnanti di materie classiche (e humanities in genere) ed affronta, appunto, il nodo dei temi ‘sensibili’ coi quali un docente si trova necessariamente ad avere a che fare, in contesti diversissimi, sia dal punto di vista geografico sia culturale (una cosa è affrontare in un’università liberal la dimensione transgender e la sua resa linguistica della vicenda di Attis nel carmen 63 di Catullo, un’altra tradurre il linguaggio osceno della Lisistrata di Aristofane nel Sud Africa puritano, un’altra ancora affrontare l’omosessualità nel Simposio di Platone in un istituto dello Utah di Mormoni conservatori che si sono duramente battuti contro il matrimonio egualitario o, ancora, il tema della schiavitù nel mondo antico in un contesto statunitense dove la schiavitù ha prodotto una guerra civile ed in cui le tematiche razziali sono fortemente presenti nel dibattito politico).

La sensibilità anglosassone in materia è diversa (a me non è mai capitata una studentessa che restasse a tal punto inorridita dallo smembramento di Penteo nelle Baccanti di Euripide  da ritirarsi da un corso) e diverso è il contesto universitario (dove, sinceramente, eviterei tutta una serie di attenzioni che nella scuola superiore mi paiono necessarie, soprattutto per questioni di età anagrafica degli alunni – al liceo, insomma, non farei un percorso sulla pornografia nel mondo antico), ma quello che colpisce è che l’attenzione degli autori non è tanto rivolta a reazioni di pruderie da parte degli studenti quanto l’invito a non parlare con superficialità di temi che potrebbero, senza che l’insegnante se ne renda conto, toccare da vicino la vita personale degli studenti o dei loro familiari/amici (l’orientamento sessuale, l’identità di genere, le disabilità manifeste o meno, le esperienze di violenza sessuale, il suicidio), di cui l’insegnante sa poco o niente.

La sfida è dura e difficile, ma solo se la scuola diventa uno spazio aperto in cui si può, con modi e tempi ponderati,  parlare di tutto eviteremo che diventi un posto in cui si parla solo di ablativi assoluti ed avremo davvero accompagnato i nostri alunni ad affacciarsi sul mondo…

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