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nemmeno lontanamente spiegabile facendo ricorso ai princìpi di un logos grammaticale

5 gennaio 2014

bertonicontemporaneaHo come la tragica impressione che quanto scrive ne La poesia contemporanea Alberto Bertoni in riferimento alla lingua poetica di Andrea Zanzotto possa riferirsi tout court alla poesia del secondo novecento, al centro, come nota Bertoni nel primo capitolo di questo saggio/antologia, di un paio di curiosi paradossi:

il primo è che mentre i bambini delle elementari sono naturalmente portati al linguaggio poetico, man mano che si procede nel cursus degli studi, la poesia diventa un orrendo sforzo di decifrazione quando va bene, più spesso una cosa che si ferma, ad essere buoni, al primo Montale (già La bufera è chiedere troppo), in un contesto in cui l’unico autore contemporaneo che gli insegnanti conoscono è Alda Merini e solo perché andava spesso in tivvù; il secondo è che, se tutti quelli che in Italia pubblicano poesie comprassero pure libri di poesia tra di loro, non ci sarebbe Fabio Volo che tenga ed il libro più venduto in Italia sarebbero Le poesie alla fine del mondo di Antonio Delfini, per dire.

Per tentare di cambiare le cose (o per lo meno di far nascere qualche curiosità nel lettore), il libro ospita (cap. II) un’antologia di 26 testi novecenteschi (di autori nati prima del 1940 e scritti prima del 1989, termine del “secolo breve”), brevemente commentati (con la tendenza tipica degli italianisti di essere, come, dire, verbosi: apro a caso a p. 94: una lingua sismica e magmatica, programmaticamente portata, soprattutto nel tempo iniziale della sua scrittura, al lapsus e alla paronomasia, all’allitterazione e al gioco di parole, a favore di una trama viva di “adiacenze e ambiguità semantiche” (a proposito di Amelia Rosselli) ; o ancora, che è divertente, p. 105: questo principio di umanizzazione di quella magnolia piantata nel ’39 dalla famiglia al completo… – si riferisce ad una lirica di Bassaninon potrebbe però trovare un compimento pieno, se non intervenisse – dentro un retaggio umano di specie ancora esistenzialista – una percezione di incertezza e di debolezza, dopo che l’albero/individuo ha raggiunto il proprio vertice), a partire da un Pasolini in friulano degli anni ’40 e per chiudere con il romagnolo Raffaello Baldini (anni ’80).

Gli altri due capitoli sono un dotto bignami dei contemporanei, di cui alcuni inquietantemente giovani, che vengono per lo più dall’ambito accademico perché se nella scuola la poesia è (irrimediabilmente?) morta, rischia tristemente di essere prodotta solo da chi ci lavora e non da chi la legga perché abbia ancora qualcosa da dire.

4 commenti leave one →
  1. 27 dicembre 2014 9:35 PM

    O cielo mi ero perso la SHADE sugli italianisti. xD

    Piace a 1 persona

Trackbacks

  1. cantare senza musica | cheremone

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