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new york city boys

16 dicembre 2013

velvetOgni tanto capita l’occasione di recensire dischi usciti prima che nascessi, cosa di cui non si può che esser lieti, anche se le circostanze non sempre lo sono.

Per ricordare Lou Reed, si può incidere una versione di Satellite of love (come ha fatto Morrissey) o, da semplici mortali, ascoltare l’edizione che celebra i 45 anni (!) di White light/white heat, il secondo album dei Velvet Underground, uscito all’inzio del 1968.

Il primo disco dei VU (capolavoro assoluto) lo so a memoria, è uno di quei dischi che ti accompagnano tutta la vita e di cui canti le canzoni (Waiting for the man, ad esempio) prima di aver capito di cosa realmente parlino, mentre (vergogna vergogna) non avevo mai ascoltato il loro primo lavoro sans Andy Wharol (ma pare che lo spunto della copertina sia suo, capito Metallica?), pensavo di essere pronto per il loro secondo disco.

White light/white heat effettivamente non è un disco facile ma si capisce subito di stare in un posto speciale (The gift). Rispetto al disco originale, la riedizione vale tutto il suo prezzo, con sette canzoni in più nel primo cd (le due versioni di Hey mr. Rain sono un po’ superflue ma Beginning to see the light è bellissima) e soprattutto con il secondo cd, registrato dal vivo nell’aprile del 1967, con spazio per un paio di tracce del loro debutto e primordiali versioni delle nuove canzoni. E poi c’è I’m not a young man anymore, che è un inedito. Non è la cosa migliore di Lou Reed, ma è una cosa di cui tutti si erano scordati e che ora c’è. Il che è bello.

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