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floriferis ut apes in saltibus omnia libant

31 luglio 2013

cicuTra le curiose teorie biologiche degli antichi, oltre alle virgiliane cavalle che rimangono incinta del vento, spicca quella per cui le api in realtà non produrrebbero il miele ma lo troverebbero già pronto nei fiori, limitandosi quindi a raccoglierlo (alcuni invece avevano capito che le api prendono il polline con cui fanno il miele, eh); la storiella delle api diventa presto comoda metafora per il poeta, sia che lo si intenda, platonicamente, come invasato dalle Muse (come l’ape che trova il miele già fatto così il poeta si limita a ripetere quanto la Musa gli ditta dentro) sia che lo si intenda come “artigiano” dei versi che costruisce, come le api fanno il miele, svolazzando di qua e di là fra altri testi (è l’idea che Lucrezio usa nel verso che fa da titolo a questo post).

A questa metafora si collega un dotto ma un po’ prolisso saggio di Luciano Cicu (Le api, il miele, la poesia) dedicato a “dialettica intertestuale e sistema letterario greco-latino” ma che nei primi due capitoli si muove lungo i sentieri della modernità, dove è facile perdersi (storie di formalisti russi, scuole di Praga, circoli linguistici di Mosca ma anche tizi che facevano articoli per dimostrare che d’Annunzio era un copione o che nell’800 scoprivano con un certo disagio che l’Orlando Furioso non era poi così “nuovo” come Ariosto lo spacciava).

Dal terzo capitolo si torna su sentieri a me più familiari, parlando di intertestualità ante litteram quando il sempre acuto Giorgio Pasquali cominciava a parlare (era il 1942) di “arte allusiva”, aprendo la via a studi ulteriori (ConteFedeli, Bonanno) approfonditi nei due capitoli centrali del saggio (“l’idea e la prassi della dialettica intertestuale nella letteratura greca e latina”) che raccontano, per quanto possibile ricostruirlo, il dibattito antico sulla supposta “originalità” (anche se non esiste parola latina/greca che ne renda il nostro concetto) degli autori o sul loro essere, dal primo all’ultimo parrebbe, plagiari di opere altrui (già il fr. 1 di Archiloco è tutto omerico ed Omero stesso mai dice di essere il primo).

Come diceva Terenzio, “non c’è nulla di detto che non sia già stato detto prima”…

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