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teoria e pratica

15 luglio 2013

rcs_515570797fd1fFra le tante cose che circolano nel mondo della scuola, l’idée du jour è quella del CLIL (content and languge integrated learing), in pratica lo studio di una disciplina scolastica non linguistica (chessò, biologia) in altra lingua, verosimilmente l’inglese.

L’idea non è nuovissima (ha le sue origini nel Canada degli anni ’60, dove comunque il bilinguismo è realtà diffusa), ma poi qualcuno ne ha parlato alla Gelmini e, bang!, è una traballante realtà della scuola italiana, teoricamente attiva nel triennio dei licei linguistici e, sembrerebbe, nell’ultimo anno di tutte le scuole.

La biografia in materia è sterminata (io letto un agile, ma francamente ingenuo, libretto), ed è tutto molto bello e molto colorato ma non trovo risposta a quattro nodi problematici:

1) La realizzazione del CLIL è legata strettamente alle disponibilità in organico di una scuola; il docente della materia dovrebbe avere una competenza in lingua straniera di livello B2 o C1 (non si capisce bene, la legislazione in materia è schizofrenica) e non credo possa legalmente essere costretto ad acquisirla o, se la possiede, a fare un corso in CLIL se non vuole. Il che vuol dire che il caso farà sì che alcune scuole abbiano decine di docenti coinvolti mentre in altre non ci sia nessuno per farlo. Oppure che l’unico sfigato che sa l’inglese debba fare CLIL in tutte le sue ore…

2) Insegnare una materia in lingua straniera ha dei tempi molto più lunghi del normale. Se il monte ore rimane invariato, i contenuti disciplinari ne risultano enormemente sacrificati (una simulazione di un percorso in inglese su Epicuro prevede 15 ore di lezione su un monte ore di filosofia che è di una 60ina di ore se si è fortunati. Se per Epicuro, che in italiano richiede 3 ore ad essere lenti, serve il quintuplo del tempo, Platone richiederebbbe, chessò, tre anni)

3) Nella scuola italiana in una classe coesistono livelli di inglese estremamente diversi, si passa da gente che parla con ottima pronuncia a ggiovani che dopo 8 anni di inglese continuano a non mettere la s nella III singolare dei verbi (lo vedo ogni anno agli esami). Un percorso CLIL sarebbe possibile solo in classi di livello, un’eresia, cioè, per l’impianto didattico italiano (eresia che io sostengo da anni, eh)

4) La Gelmini c’ha messo del suo. Ad eccezione del liceo linguistico, il CLIL è immaginato solo nella classe terminale di un percorso liceale. Questo vuol dire che i ggiovani ad esempio studiano per 4 anni fisica in italiano (con conseguente assimilazione del lessico, notoriamente specifico) e poi, bum!, all’ultimo anno, improvvisamente, la studiano in inglese. Questo è un delirio pedagogico di proporzioni cosmiche, senza entrare poi nel divertente scenario in cui si piomba se la materia fatta in CLIL è affidata, agli esami di stato, ad un commissario esterno che magari non sa l’inglese…

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