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weekend diaries

22 Maggio 2013

45381314_300x300_1Premesso che a tratti a vederli sembrano usciti da una pagina di American psycho, con la loro aria da bambini ricchi e da rampolli della borghesia newyorchese con nomi come Ezra, e quindi come il corrispondente orientale di Lana Del Rey che fa tanto California degli anni ’60, i Vampire Weekend diventano ogni disco sempre più bravi.

Il loro debutto era notevole (per quanto marcatamente un disco da “secchioni” e. g. Oxford comma), il secondo album, Contra, aveva i suoi momenti ma mi sembra che con questo terzo album, Modern vampires of the city, abbiano raggiunto la perfezione, per quanto restino “secchioni” (she’s richer than Croesus non mi pare frase comune nella musica pop) e potenziali emuli di Patrick Bateman (you torched a Saab like a pile of leaves, cantano nel primo singolo, Diane Young – sì, si pronuncia die young, come la canzone di Ke$ha).

Il momento più alto del disco credo che sia Step, in cui assumono consapevolezza di essere diventati degli ometti (the gloves are off, the wisdom teeth are out) per scoprire che forse non ne valeva la pena (widsom is a gift but you’d trade it for youth) – in pratica è Here’s to never growing up di Avril Lavigne scritta da qualcuno che ha fatto l’università.

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