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siamo definiti dalla nostra mortalità

11 Maggio 2013

12455251_300x300_1Dopo sei film legati alla serie originale di Star Trek (il primo era penoso, la serie 2-4 fantastica, il 5° era la cosa peggiore mai fatta, del 6° si parlava qua) con Generations si volle lanciare sul grande schermo l’equipaggio di Picard & company ma nello stesso tempo (diciamo per i primi venti minuti del film) salutare l’equipaggio originale, per lo meno nelle persone di Kirk, Scotty e Checok.

Il collegamento tra i due equipaggi (nella persona di Kirk) avviene grazie ad una “striscia spazio-temporale” (chiamata nexus) in cui il tempo non esiste o, meglio, in cui si vive in un eterno presente (che per Picard, che sarebbe francese, è un salotto vittoriano in cui tutti parlano con un accento che più british non si può e per Guinam è riflettersi nelle palle di un albero di Natale), luogo al quale un brillante Malcom McDowell ambisce tornare, e non se ne capisce bene il motivo.

Oltre a piacevoli ritorni in casa Klingon, a ruoli particolarmete insulsi per la dottoressa Crusher e Deanna Troi e a Data alle prese con un microchip emozionale, il film passerà alla storia per due ragioni: l’uscita di scena di James T. Kirk e il bubble bubble filosofico sul senso del tempo, che sarebbe piaciuto a Seneca e che, stranamente, non risulta fuori luogo.

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