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everlasting death

25 giugno 2012

Una delle pagine più belle di Tacito è certamente quella della morte di Seneca (che davvero potremmo chiamare “un bagno di sangue”); è però da notare che ci sono altre due fonti antiche sull’episodio (Svetonio tramite la Vita Neronis e Cassio Dione), non sempre collimanti con il racconto degli Annales, che tra l’altro fu presto dimenticato e che fu riportato alla luce solo da Boccaccio, secoli dopo – Tacito è ad esempio ignoto a Girolamo.

Alla morte (anzi, alle morti, visto come l’episodio sarà letto nei secoli successivi) è dedicato l’imponente lavoro di James Ker, The deaths of Seneca, che risulta, proprio perché imponente, un po’ confuso.

Una prima parte analizza in maniera puntualissima i tre racconti citati (Svetonio, Cassio Dione e Tacito), inserendoli in un’ampia riflessione sul principato neroniano e sulle letture date successivamente al filosofo, anche nell’ottica di un suo supposto cripto-cristianesimo che portò, come noto, alla creazione di un falso epistolario tra Seneca e san Paolo, che per gran parte del Medioevo fu ritenuto autentico (arrivando anche a leggere la libagione a Giove da parte di Seneca morente come atto battesimale!).

La sezione più ostica è quella centrale, in cui l’autore passa in rassegna tutto il corpus senecano (con particolare attenzione alle tragedie) mostrando ora come Tacito abbia intrigantemente evocato citazioni senecane nel suo racconto ora perdendosi in riflessioni sui temi della morte e della brevità della vita che penso siano già note al lettore di un’opera così specialistica.

E’ invece originalissima la terza ed ultima parte del volume, sulle “ricezioni” successive di Seneca, non solo in ambito letterario (da Boezio al teatro tedesco novecentesco!) ma anche figurativo (Guido Reni, Luca Giordano, Rubens), dove la stessa storia è raccontata ogni volta in maniera diversa.

Quello di cui il libro avrebbe però bisogno è di un serissimo lavoro di editing, perché i continui rimandi avanti e indietro, le ripetizioni e le divagazioni ne rendono impervia la lettura – va bene che Seneca ripete sempre le stesse cose, ma ci dovrebbe essere un limite all’imitatio

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