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maturità 2012 – 2

21 giugno 2012

Uhm. A pelle il De partibus animalium di Aristotele non mi pare essere testo frequentatissimo alle superiori, diciamo, anche se il tema “finalistico” non è esattamente marginale nella filosofia occidentale.

Anyway, il testo è finalmente uscito; vediamo un po’ che dice…

E’ necessario non respingere in maniera infantile lo studio degli animali inferiori. Fin qui si regge in piedi, urta un pochino il dopo il dei, ma ci si può stare (non “non bisogna rifiutare” ma “bisogna non rifiutare”?)

Infatti in tutte le cose naturali è insito qualcosa di meraviglioso. Anche qui ci siamo, ma nulla prepara a quanto dice dopo.

E come si racconta che Eraclito abbia detto a degli ospiti che volevano incontrarlo, i quali, dopo che lo videro, facendosi avanti, mentre si riscaldava al focolore, si erano bloccati (li invitava anzi ad entrare facendosi coraggio – diceva che anche lì nel fuoco vi sono gli dèi), così anche all’indagine su ciascuno degli animali conviene avvicinarsi senza turbarsi, in quanto in ogni cosa c’è qualcosa di naturale e quindi di bello. Ok, qui ci sono forse un po’ troppe subordinate tutte insieme, un grazioso uso dei participi ed un precisissimo rispetto dei tempi verbali (l’aoristo puntuale! il participio presente!); il “quindi di bello” è forse una forzatura, ma secondo me non stona col discorso.

Infatti il non avvenire per caso ma l’avvenire per un dato fine sono presenti in maniera particolare proprio nelle opere della natura; ed il fine per cui sono composte o sono nate, questo ha preso il posto del bello. Qui è delirante, perché i due soggetti della prima frase sono tipo avverbi sostantivati…

Se paradossalmente uno ha giudicato indegno lo studio delle altre forme di vita, allo stesso modo costui dovrebbe giudicare anche se stesso; non è infatti possibile vedere senza parecchio disagio gli elementi da cui è composto il genere umano, ad esempio sangue, carne, ossa, vene e le altre simili parti. Il periodo ipotetico iniziale è della irrealtà (da qui il mio “paradossalmente”), costruito con un grazioso perfetto indicativo che si poteva anche rendere col presente.

Allo stesso modo è opportuno ritenere che chi parla di una qualsiasi delle parti o degli oggetti non fa un discorso sulla materia, né in funzione di questa, ma piuttosto sulla forma nel suo insieme, come ad esempio (quando si parla) di una casa, (non si parla in realtà) dei mattoni o della calce o del legno; ed anche (chi fa un discorso) sulla natura, (parla in realtà) della composizione della sostanza nel suo insieme, e non degli elementi che non accade comunque che siano separati dalla loro essenza. In pratica, ogni due parole ce n’è una sottintesa. Ottimo.

Il brano secondo me era piuttosto difficile, ed anche mal titolato (in definitiva lo spunto finalistico è in una sola frase, forse era meglio insistere sull’idea che il “bello” si trova in ogni cosa naturale, anche in quelle per cui si prova un naturale rigetto, come in fondo spiega tutto il discorso sull’anatomia, o in quelle che non si ritiene debbano essere oggetto di studio – se non ho capito male, gli ospiti di Eraclito erano perplessi nel trovarlo impegnato in un’azione – quella di riscaldarsi al fuoco come le persone comuni – teoricamente non degna di lui, non cogliendo che il divino opera anche nelle cose più prosastiche che quindi meritano l’attenzione del filosofo perché “anche lì ci sono gli dèi”).

Avrei puntato tutto sulla terza prova, mi sa.

(assai condivisibile il commento su corriere.it; discutibile in 2-3 punti la traduzione di repubblica.it)

4 commenti leave one →
  1. Alex_Vr permalink
    21 giugno 2012 2:37 PM

    Scelta allucinante di un passo mal tagliato e quindi con un titolo mal posto. Io per una volta vorrei sapere il nome di chi sceglie al ministero le prove e verificarne i titoli culturali e soprattutto didattici per cui svolge tale ruolo. Ti segnalo inoltre una variante interessante che ai traduttori è sfuggita: Diogene Laerzio racconta che Eraclito si scaldasse sotto lo sterco degli animali e la parola che viene resa con stufa o focolare può essere intesa appunto anche come letame, il che darebbe un significato più perspicuo tra basso/alto… fa tanto De Andrè… 😉

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    • 21 giugno 2012 3:16 PM

      Lo sai che forse hai ragione? La dimensione scatologica giustificherebbe lo stupore degli ospiti di Eraclito di fronte a qualcosa di disgustoso, piu che di fronte ad un tizio davanti ad un camino che non mi pare tale da turbare alcuno; theromai poi è di solito costruito con “fuoco”, non con “forno”… ed il rocci cita esempi aristofaneschi per ipnòs… forse dovremmo intendere “stufa a letame”, cosa che giustificherebbe la doppia valenza del nome…

      ps
      la loeb traduce ‘stove’, ma in altri pezzi si inventa completamente il brano…

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